Recensione del film “Odissea” – Cecilia La Rosa

Più che un colossal d’azione, questo film mi è sembrato un ritorno all’anima più autentica dell’Odissea. Mi ha colpito soprattutto la scelta di non indulgere nella spettacolarizzazione della violenza, ma di raccontare un Ulisse profondamente umano, tormentato dal senso di colpa per aver sfidato gli dèi e costretto a confrontarsi continuamente con il peso delle proprie scelte. Riconoscere le mie amate Eolie sul grande schermo è stata un’emozione profonda: il tramonto tra Filicudi e Alicudi e la tempesta tra i faraglioni di Lipari restituiscono tutta la forza del mare omerico.

Accanto alla dimensione visiva, ho apprezzato il modo in cui sono stati tratteggiati i personaggi, soprattutto le figure femminili, ricche di sfumature e umanità. Nel complesso è stato emozionante ritrovare sullo schermo molte delle pagine del poema di Omero, pur con alcune libertà narrative. Mi ha lasciato perplessa, tuttavia che nell’episodio di Polifemo, manchi il celebre scambio di battute in cui Odisseo si definisce “Nessuno”., una delle scene più iconiche dell’Odissea.

Ma c’è un altro aspetto che mi ha profondamente colpito. Ho avuto l’impressione che questo film non racconti tanto il ritorno di Ulisse a Itaca, quanto il lunghissimo e doloroso lavoro di elaborazione del trauma. Il viaggio non è più soltanto un’avventura nel Mediterraneo: è un percorso interiore. L’Ulisse che incontriamo non è l’eroe trionfante, ma un reduce di guerra. Porta dentro di sé il peso della distruzione di Troia, dei compagni perduti, delle vite spezzate e delle proprie responsabilità. La sua non è soltanto nostalgia di casa: è la fatica di ritrovare un’identità dopo essere stato trasformato dalla violenza.

Da psicoterapeuta, ho avuto la sensazione che il regista abbia voluto raccontare qualcosa di molto moderno: il trauma non finisce quando la guerra termina. Continua ad abitare la mente, modifica il modo di guardare il mondo, cambia perfino il significato del ritorno. Itaca non è più semplicemente un luogo da raggiungere, ma uno stato interiore da riconquistare. Anche per questo il film sembra raccontare la fine di un mondo. Non solo il tramonto della civiltà eroica nata con Troia, ma anche la fine dell’illusione che la vittoria possa cancellare il dolore. I reduci, da Ulisse ad Agamennone, incarnano il fallimento di una civiltà fondata sulla guerra e aprono inconsapevolmente l’alba di un’epoca nuova, nella quale l’uomo è chiamato a confrontarsi con la responsabilità delle proprie scelte. Per questo il film mi ha ricordato il miglior cinema di Christopher Nolan, come Batman Begins: non il racconto di un eroe invincibile, ma quello di un uomo definito dalle proprie ferite.

Un uomo che cerca di dare un senso al dolore, trasformando lentamente il senso di colpa in consapevolezza. In fondo, il vero viaggio di Ulisse non è verso Itaca, ma verso sé stesso. Per chi avesse voglia di riaprire il poema durante queste vacanze, consiglio semplicemente la rilettura del testo di Omero nell’edizione Marsilio.

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Cecilia La Rosa 18/07/2026

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