Un paradiso perduto di Jun’ichi Watanabe: quando l’amore sfida il tempo (recensione di Antonio Onofri e Massimo De Franceschi)

(recensione di Antonio Onofri e Massimo De Franceschi)

Perché gli esseri umani continuano a raccontare, da secoli, la stessa storia?

Da Paolo e Francesca a Tristano e Isotta, da Romeo e Giulietta fino a L’impero dei sensi, indirettamente evocato anche in queste pagine, la letteratura e il cinema sembrano riproporci instancabilmente un legame tanto affascinante quanto inquietante: quello tra l’amore assoluto e la morte.

A prima vista, anche Un paradiso perduto dello scrittore giapponese Jun’ichi Watanabe potrebbe apparire come l’ennesima variazione su questo antichissimo tema. Due persone sposate, entrambe ormai nella piena maturità, si incontrano, si innamorano e intraprendono una relazione sempre più intensa, esclusiva e totalizzante. Il desiderio entra rapidamente in conflitto con le convenzioni sociali, con la famiglia, con il lavoro, con il giudizio morale degli altri.

Una storia già raccontata molte volte. Eppure Watanabe riesce a catturare il lettore con una prosa lenta, sensuale e avvolgente, capace non soltanto di descrivere la seduzione, ma di esercitarla. Non sorprende che il romanzo, pubblicato in Giappone negli anni Novanta, abbia ottenuto un enorme successo.

L’erotismo è esplicito, ma mai volgare. Le scene sessuali sono numerose e dettagliate, e tuttavia non sembrano scritte con il semplice obiettivo di eccitare il lettore. Watanabe osserva i corpi, i gesti, le esitazioni, i cambiamenti del respiro e le minime reazioni emotive con la precisione di chi conosce profondamente l’anatomia e la fisiologia umana. Lo scrittore, morto nel 2014, era, del resto, anche un medico.

Ma il corpo che egli racconta non è soltanto un organismo. È il luogo in cui i protagonisti cercano conferme, protezione, possesso, consolazione e, soprattutto, una possibile salvezza dal tempo.

Ed è forse proprio qui che il romanzo rivela la sua ambizione più profonda. Più che raccontare una passione adulterina, Watanabe sembra interrogarsi su una domanda che riguarda ciascuno di noi: quanto a lungo può durare la felicità prima che il tempo la trasformi?

Un romanzo che seduce il lettore

Uno degli aspetti più sorprendenti di Un paradiso perduto è l’effetto che produce in chi legge.

Pur sapendo che la relazione tra Kuki e Rinko sta destabilizzando matrimoni, famiglie e appartenenze consolidate, il lettore viene progressivamente condotto a condividerne il punto di vista. La vita ordinaria, con le sue responsabilità e i suoi compromessi, comincia ad apparire sbiadita rispetto all’intensità dei loro incontri.

In alcuni momenti si arriva quasi a invidiarli, anzi, senz’altro a invidiarli. Non necessariamente per la loro libertà sessuale, ma per l’assolutezza dell’esperienza che sembrano vivere: l’impressione di avere finalmente trovato qualcuno capace di restituire senso, intensità e pienezza a un’esistenza che rischiava di scivolare nella ripetizione.

Watanabe riesce così a ottenere qualcosa di narrativamente molto raffinato. Non ci chiede di approvare le scelte dei protagonisti. Ci invita piuttosto ad abitarne temporaneamente il desiderio, sospendendo il giudizio morale e lasciandoci sedurre dalla possibilità che esista un amore capace di rendere irrilevante tutto il resto. Ma quel “tutto il resto” comprende molto più di quanto il lettore inizialmente immagini. Non soltanto le convenzioni sociali o il matrimonio, ma progressivamente anche il lavoro, le amicizie, gli interessi, perfino quelle parti dell’identità che ci tengono ancorati al mondo.

Ed è proprio questa capacità di seduzione a rendere il romanzo più interessante della vicenda che racconta. Kuki e Rinko non cercano soltanto il piacere. Cercano di sentirsi pienamente vivi. Il loro erotismo è anche una protesta contro la routine, contro l’invecchiamento e contro la consapevolezza che ogni esperienza umana sia destinata a trasformarsi.

Il vero oggetto del loro desiderio potrebbe non essere semplicemente l’altro. Potrebbe essere l’eternità.

Il corpo, il buio e i colori

Il corpo occupa il centro del romanzo, ma quasi mai è esposto alla luce piena.

I protagonisti scelgono prevalentemente la notte, la penombra, gli alberghi appartati, gli spazi protetti dallo sguardo degli altri. Certamente devono nascondersi. Tuttavia il buio sembra assolvere una funzione più profonda della semplice clandestinità. La luce mostra il tempo. Rivela l’età, le imperfezioni, la stanchezza, le trasformazioni corporee. Riporta i protagonisti alla quotidianità e alle loro identità sociali. Nel buio, invece, il mondo esterno si dissolve. Non esistono più il lavoro, il matrimonio, i figli, la reputazione. Rimangono soltanto due corpi che cercano di diventare un unico spazio sensoriale.

Watanabe costruisce questa esperienza attraverso contrasti visivi ricorrenti: la neve contro il cielo scuro, la pelle diafana e pallida di Rinko contro il nero dei peli pubici, il bianco e il buio interrotti improvvisamente dal rosso di un abito destinato ad assumere un significato centrale.

Il rosso è il colore della passione e della vita, ma anche del sangue, del pericolo e del sacrificio. Nel romanzo sembra contenere simultaneamente l’esaltazione dell’eros e il presagio del prezzo che esso può richiedere.

Le immagini di Watanabe hanno spesso qualcosa di immobile: sembrano fotografie o dipinti nei quali i protagonisti vorrebbero rimanere per sempre. Una notte che non finisca, una neve che non si sciolga, un corpo che non invecchi, un desiderio che non perda mai la propria intensità. È forse questo il loro vero paradiso: non un luogo, ma un istante sottratto al cambiamento.

La dannazione della perfezione

La tragedia di Kuki e Rinko non consiste semplicemente nell’amarsi troppo. Consiste nel cercare la perfezione dell’amore.

Non sembrano disposti ad accettare che anche la passione più intensa debba inevitabilmente attraversare il tempo e trasformarsi. Il desiderio può attenuarsi, il corpo cambia, l’innamoramento assume forme diverse, la quotidianità introduce imperfezioni, abitudini e compromessi.

Tutto ciò non significa necessariamente che l’amore sia finito. Può significare, al contrario, che stia diventando qualcos’altro.

Kuki e Rinko questo lo sanno. Non vivono nell’illusione che il tempo possa fermarsi. Avvertono continuamente la sua presenza: nei corpi che cambiano, nella precarietà dei loro incontri, nella minaccia costante della separazione. È proprio questa consapevolezza a rendere ancora più tragica la loro vicenda.

Ciò che non riescono ad accettare è che anche il loro amore debba sottostare a quella legge. Per loro, un amore autentico deve rimanere identico al proprio momento più alto. Non può diventare meno assoluto, meno esclusivo, meno perfetto.

In questo senso, il vero antagonista del romanzo non è la società giapponese, non sono i coniugi traditi e neppure il giudizio morale.

Il vero antagonista è il tempo.

Watanabe descrive due persone che conoscono perfettamente la caducità di ogni passione umana, ma non riescono a rassegnarsi a essa. Vorrebbero preservare per sempre l’intensità dell’inizio, sottraendo il loro rapporto alla legge fondamentale della vita: tutto ciò che è vivo cambia.

È un desiderio comprensibile. Forse tutti, almeno una volta, abbiamo desiderato fermare un momento di felicità prima che venisse modificato dall’abitudine, dalla perdita o dalla semplice successione dei giorni.

Ma la perfezione è incompatibile con la vita proprio perché la vita è trasformazione. Ed è qui che allora il paradiso comincia a diventare una condanna.

«Ti è piaciuto?»

Tra le pagine psicologicamente più riuscite del romanzo vi sono quelle dedicate alla gelosia maschile, alla paura dell’inadeguatezza e al bisogno di ricevere conferme.

Dopo i rapporti sessuali, Kuki domanda ripetutamente a Rinko: «Ti è piaciuto?». È una domanda apparentemente semplice, quasi banale, ma Watanabe riesce a mostrarne tutta la complessità.

Kuki non vuole soltanto sapere se Rinko abbia provato piacere. Sembra chiederle: sono riuscito davvero a raggiungerti? Sono stato capace di renderti felice? Mi desideri quanto io desidero te? Sono ancora adeguato come uomo? Quello che abbiamo vissuto è unico anche per te?

Il piacere di lei diventa una conferma della sua identità e, insieme, la prova che quell’incontro possieda davvero l’assolutezza che entrambi inseguono. Il desiderio sessuale, che potrebbe apparire come la più immediata delle esperienze corporee, si riempie così di significati: valore personale, sicurezza, confronto con gli altri uomini, timore del declino, paura di essere sostituito.

Ma il bisogno di possesso non appartiene soltanto a lui. Attraversa alternativamente entrambi i protagonisti. Anche Rinko vuole sapere di essere scelta completamente, senza residui, senza che una parte di Kuki continui ad appartenere alla moglie, alla famiglia, al lavoro o alla vita precedente.

Il possesso, in questo romanzo, non sembra nascere principalmente dal desiderio di dominare l’altro. Nasce dall’angoscia della distanza. Entrambi pongono, in forme diverse, la stessa domanda: posso essere tutto il tuo mondo?

Nessun essere umano può rispondere pienamente a una richiesta del genere. L’altro rimane sempre altro: una coscienza separata, un corpo separato, una libertà che non possiamo controllare completamente. Può cambiare, può desiderare altro, può smettere di amarci, o potremmo noi non amarlo più.

L’unione sessuale diventa allora il tentativo di placare, almeno temporaneamente, questa distanza. Ma proprio la necessità di ripetere le domande e di cercare continuamente nuove rassicurazioni dimostra che la fusione perfetta non è mai raggiunta.

I protagonisti cercano nei corpi la prova di poter diventare un unico essere. Ogni richiesta di conferma ricorda loro che continuano, inevitabilmente, a essere due.

Perché la sessualità umana è così difficile?

Un paradiso perduto può essere letto anche come un’esplorazione della straordinaria complessità della sessualità umana.

Il sesso affonda le proprie radici nella parte più arcaica della nostra storia evolutiva. È un istinto primordiale legato alla riproduzione e alla sopravvivenza della specie, ma coinvolge anche sistemi fisiologici elementari, come il respiro. Nel romanzo ricorrono il fiato trattenuto, l’affanno, la sensazione di soffocamento, il confine continuamente evocato tra respirare e non respirare.

Il respiro accompagna l’eccitazione, l’orgasmo, l’abbandono e la paura. È la funzione biologica più immediatamente associata alla vita, ma è anche quella la cui interruzione ne segna la fine.

Alla sessualità si intrecciano poi la territorialità e il possesso, il confronto e la competizione con rivali reali o immaginari, la paura della perdita, il bisogno di protezione e di vicinanza.

Ma nell’essere umano tutto questo diventa una realtà interpersonale infinitamente più complessa.

Quando due corpi si incontrano, non entrano in relazione soltanto due corpi. Si incontrano due storie, due identità, due mondi interiori. Attraverso il corpo dell’altro esploriamo non soltanto chi abbiamo di fronte, ma anche aspetti di noi stessi che forse non avevamo ancora conosciuto. La sessualità è anche esplorazione reciproca.

È forse questo uno degli aspetti più affascinanti del romanzo di Watanabe. L’incontro erotico tra Kuki e Rinko non rappresenta soltanto il soddisfacimento di un desiderio, ma la scoperta continua dell’altro e, insieme, di sé stessi. Ogni gesto, ogni esitazione, ogni nuova esperienza sembra ampliare il mondo di entrambi.

Nel sesso cerchiamo piacere, ma anche attaccamento, accudimento, conferma e sicurezza. Ci confrontiamo con la gerarchia e con il timore di non essere abbastanza desiderabili, esperti, giovani o capaci. Esploriamo il corpo e la mente dell’altro. Giochiamo con ruoli, gesti e fantasie nei quali la finzione può produrre emozioni del tutto reali.

Perché questo gioco rimanga tale sono necessarie capacità molto mature: comprendere i segnali dell’altro, attendere, regolare l’eccitazione, riconoscere un limite, condividere implicitamente o esplicitamente il significato di ciò che sta avvenendo.

La sessualità richiede, in altre parole, collaborazione. Un’attività radicata nei sistemi più antichi del nostro organismo deve essere continuamente interpretata, modulata e inserita dentro una relazione. L’essere umano non vive mai soltanto un incontro tra corpi. Si domanda incessantemente che cosa quell’incontro significhi. Mi ama? Mi desidera davvero? Perché mi ha guardato in quel modo? Perché ha esitato? Sono stato capace di darle piacere? Mi preferisce agli altri? Cosa accadrà quando saremo più vecchi? Ciò che proviamo durerà? Questa continua attribuzione di senso è insieme la croce e la delizia della sessualità umana. La rende creativa, profonda e potenzialmente trasformativa, ma anche vulnerabile alla vergogna, alla gelosia, al confronto, al fraintendimento e alla paura, fino al terrore paralizzante.

Watanabe non racconta soltanto due corpi che si desiderano. Racconta due menti che cercano, attraverso i corpi, di trovare una risposta a domande che nessun corpo potrà mai risolvere definitivamente.

L’illusione di un abbraccio eterno

L’abbraccio indissolubile inseguito dai protagonisti è anche il sogno di una composizione definitiva tra maschile e femminile.

Watanabe descrive con grande sensibilità, forse tutta orientale, le differenze — sì, anche nel piacere e nell’orgasmo —, le insicurezze e le reciproche incomprensioni. Il maschile non è ridotto all’iniziativa o al possesso, ma appare attraversato dal bisogno di conferma e dalla paura della propria inadeguatezza. Il femminile non è semplice passività, ma conserva un’alterità, un mistero appunto, che non può essere completamente decifrato né posseduto, almeno non da un uomo.

Nel loro incontro, Kuki e Rinko tentano di superare questa differenza senza riuscire davvero ad accettarla. Ma l’intimità non elimina la separatezza. Può renderla meno dolorosa, trasformarla in curiosità, fiducia e riconoscimento reciproco. Non può cancellarla.

La maturità dell’amore potrebbe consistere proprio nella capacità di tollerare che l’altro non ci appartenga interamente, che conservi una propria interiorità e che il rapporto debba continuamente adattarsi al cambiamento.

I protagonisti cercano invece un’unione che non ammetta distanza, incertezza o trasformazione. Vogliono un abbraccio capace di arrestare il tempo e fissare per sempre l’amore nel momento della sua massima intensità.

Ma, progressivamente, accade qualcosa di ancora più radicale. Kuki e Rinko smettono di abitare il mondo. Cominciano ad abitare soltanto il loro amore. È un processo lento, quasi impercettibile. L’amore non si limita a occupare uno spazio sempre più grande della loro vita: finisce per espellere tutto ciò che potrebbe competere con esso. Per Kuki, persino il lavoro perde progressivamente il proprio valore. Eppure il lavoro non rappresenta soltanto una professione. È identità, responsabilità, riconoscimento sociale, appartenenza e una delle principali fonti di significato della sua esistenza. Quando anche questo smette di avere un senso, non è semplicemente un interesse a svanire. È il mondo stesso che comincia a restringersi fino a coincidere con Rinko. Ancora più sorprendente è ciò che accade a Rinko. Colpisce, soprattutto nel suo caso, l’assenza quasi completa di amicizie significative. Non c’è una confidente, una relazione femminile importante, uno spazio nel quale l’esperienza possa essere raccontata, elaborata, relativizzata. Tutta la sua vita affettiva confluisce nella relazione con Kuki. È come se, uno dopo l’altro, i diversi modi di essere al mondo venissero progressivamente abbandonati. L’essere umano costruisce la propria esistenza intrecciando molti legami e molti sistemi di significato: il lavoro, gli amici, la famiglia, gli interessi, la cura degli altri, l’appartenenza a una comunità. Kuki e Rinko riducono progressivamente questa ricchezza a un unico centro di gravità. L’amore non si aggiunge più alla vita: pretende di sostituirla. Gli amici, gli interessi, le appartenenze e le responsabilità perdono gradualmente consistenza. Tutto ciò che si trova al di fuori della coppia appare sempre più sbiadito, quasi privo di realtà. Alla fine, tutto il resto perde consistenza. Rimane soltanto l’amore. O almeno questo è ciò che sembrano chiedere.

È forse questa la loro illusione più estrema. Non desiderano più semplicemente condividere la vita. Forse è proprio questo il punto. Non chiedono all’amore di occupare il posto più importante della loro vita. Gli chiedono di diventare la loro unica vita.Il finale, che naturalmente non riveleremo, conduce questa aspirazione alle sue conseguenze più radicali e costringe il lettore a ripensare retrospettivamente l’intera vicenda.

Un paradiso necessariamente perduto

Rimane, al termine della lettura, una certa ambivalenza.

Da un lato, Un paradiso perduto ripropone un tema letterario antichissimo e rischia, in alcuni momenti, di trasformare la passione assoluta in una forma inevitabilmente tragica e idealizzata. Dall’altro, la qualità della scrittura di Watanabe, la precisione con cui osserva le insicurezze, il desiderio, la gelosia e il bisogno di conferme rendono il romanzo straordinariamente coinvolgente.

La sua forza non risiede tanto nell’originalità della storia, quanto nella capacità di farcela vivere dall’interno. Watanabe ci seduce fino a farci comprendere, e talvolta quasi invidiare, il desiderio dei protagonisti di sottrarsi alla mediocrità, all’abitudine e al declino.

Ma proprio qui si trova il nucleo più inquietante del libro. Forse Kuki e Rinko non sono condannati perché hanno chiesto troppo alla società o perché hanno trasgredito le sue regole. Sono condannati perché hanno chiesto troppo all’amore. Gli hanno domandato di abolire la distanza, di garantire il possesso reciproco, di sostituire il mondo, di proteggere i corpi dal cambiamento e di fermare il tempo. Nessun amore umano può mantenere una promessa simile.

Un amore vivo non resta perfetto e immobile. Attraversa il tempo, tollera l’imperfezione, accetta di cambiare forma e rinuncia all’illusione di poter cancellare completamente la separatezza.

È difficile, leggendo questo romanzo giapponese, non notare quanto lo stesso scrittore sottolinei in più di un passaggio la bellezza e il mutevole colore dei ciliegi in fiore. L’hanami è il rito collettivo con cui quella bellezza viene contemplata, proprio perché destinata a scomparire nel giro di pochi giorni. I fiori non sono meno belli perché cadono. Sono belli anche perché cadono.

Nella sensibilità del wabi-sabi, l’impermanenza, l’incompletezza e l’imperfezione non rappresentano difetti da correggere, ma condizioni inevitabili dell’esistenza e, forse, della sua stessa bellezza. Kuki e Rinko conoscono questa verità. La vedono nei loro corpi, nell’avanzare dell’età, nella precarietà dei loro incontri e nella paura che il desiderio possa cambiare. Non sono ingenui e non credono davvero che il tempo possa fermarsi. Semplicemente, non riescono ad accettarlo.

La loro ribellione possiede qualcosa di prometeico. Come Prometeo, conoscono la legge contro cui si sollevano. Ma mentre la ribellione di Prometeo assume una dimensione eroica, la loro rimane irrimediabilmente tragica.

Forse il vero interrogativo che Watanabe ci consegna non riguarda soltanto Kuki e Rinko. Riguarda tutti noi. Che cosa chiediamo davvero all’amore? Che ci renda felici, che ci faccia sentire vivi e che ci accompagni nel cambiamento? Oppure, più segretamente, gli chiediamo di proteggerci dalla solitudine, dalla caducità dei nostri corpi e dalla consapevolezza della nostra finitezza?

Quanto siamo disposti ad accettare che proprio ciò che rende la vita preziosa la renda anche fragile?

Se chiediamo all’amore di sottrarci alla legge del tempo, allora ogni paradiso è destinato, prima o poi, a essere perduto. Non perché l’amore sia troppo fragile. Ma, semplicemente, perché è umano.

27/07/2026

Antonio Onofri, medico psichiatra, Centro Clinico de Sanctis, Roma. 

Massimo De Franceschipsicologo psicoterapeuta, Consultorio Familiare La Casa di Varese, massimodefranceschi@lacasadivarese.org

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