Tirzepatide (Mounjaro) come terapia bottom-up: effetti pleiotropici, neuroinfiammazione e regolazione emotiva
Cecilia La Rosa – Psichiatra, Psicoterapeuta
Centro Clinico De Sanctis, Roma, Italia
Psicoterapia Training School, Roma, Jesi, Spoleto, Italia
Agosto 2026
Negli ultimi anni la medicina sta attraversando un cambiamento di paradigma profondo: dalla visione per organi e specialità verso una comprensione sistemica delle malattie croniche, accomunate da un substrato condiviso di infiammazione cronica di basso grado. Diabete, aterosclerosi, depressione, malattie neurodegenerative, disturbi alimentari — patologie apparentemente lontanissime — condividono pathway infiammatori e metabolici comuni, e questa convergenza sta riscrivendo interi capitoli della medicina contemporanea. In questo contesto, tirzepatide — agonista duale dei recettori GLP-1 e GIP, approvato per il trattamento dell’obesità e del diabete di tipo 2 — rappresenta un caso paradigmatico. Nata come terapia metabolica, si sta rivelando una molecola con effetti pleiotropici su molteplici organi e sistemi: cardiovascolare, epatico, renale, e sempre più evidentemente, cerebrale ed emotivo. I recettori su cui agisce sono distribuiti non solo nel pancreas e nell’intestino, ma nell’amigdala, nell’ippocampo, nell’ipotalamo e lungo l’asse intestino-cervello — strutture centrali nella regolazione emotiva, nella risposta allo stress e nei circuiti della ricompensa. Questo substrato neurobiologico apre domande clinicamente rilevanti per la psichiatria: tirzepatide può essere considerata, almeno in parte, una terapia bottom-up sulla regolazione affettiva?
In questo articolo presentiamo due brevi casi clinici: il caso clinico di una paziente in trattamento con tirzepatide, dotata di una marcata capacità di introspezione e di lettura clinica della propria esperienza soggettiva. La sua osservazione — una lettura fine e strutturata dei propri stati emotivi attraverso categorie cliniche precise, dal confronto con gli stabilizzatori dell’umore alla descrizione del lutto per la perdita del cibo come regolatore emotivo — offre una prospettiva inusuale su effetti che la ricerca sta appena iniziando a esplorare sistematicamente, e rende questo caso clinico particolarmente ricco dal punto di vista osservativo; il secondo caso clinico è di una paziente con un doc da rimuginio che vede sparire il sintomo con l’assunzione di tirzepatide e chiede aggiornamento farmacologico.
1. Meccanismo d’azione centrale: oltre il pancreas
Tirzepatide agisce come agonista duale dei recettori GLP-1 (Glucagon-like Peptide-1) e GIP (Glucose-dependent Insulinotropic Polypeptide), con un’affinità particolarmente elevata per
entrambi i target (Jastreboff et al., 2022). Questa doppia azione la distingue dai GLP-1 agonisti di prima generazione come semaglutide, producendo effetti sinergici sulla regolazione metabolica che vanno ben oltre il controllo glicemico e la riduzione del peso. Ciò che rende tirzepatide rilevante per la psichiatria e la psicoterapia è la distribuzione anatomica dei suoi recettori. I recettori GLP-1 e GIP non sono confinati al pancreas e all’intestino — sono espressi nell’amigdala, nell’ippocampo, nell’ipotalamo e nel nucleo del tratto solitario, strutture centrali nella regolazione emotiva, nella memoria, nella risposta allo stress e nella valutazione della minaccia. Tirzepatide attiva questi recettori in modo significativamente più potente del GLP-1 endogeno.
Un secondo canale di azione cerebrale è l’asse intestino-cervello. Il 95% della serotonina corporea è prodotto nell’intestino. Tirzepatide modifica profondamente la funzione intestinale — svuotamento gastrico, composizione del microbioma, segnalazione delle cellule enteroendocrine — e questi cambiamenti risalgono attraverso il nervo vago fino al tronco encefalico e al sistema limbico, modulando la trasmissione serotoninergica, dopaminergica e noradrenergica. Il risultato è un’azione che non può essere ridotta a un effetto periferico sul metabolismo. Tirzepatide è, a tutti gli effetti, una molecola neuroattiva — e le sue implicazioni cliniche in ambito psichiatrico meritano un’attenzione sistematica che fino ad oggi è mancata.
2. Effetti sul sistema emotivo e sulla regolazione affettiva
Le evidenze sugli effetti psichiatrici di tirzepatide sono ancora emergenti ma convergenti. Analisi post-hoc degli studi SURMOUNT e SURPASS hanno rilevato riduzioni significative dei punteggi di depressione (PHQ-9) e ansia (GAD-7) nei pazienti con valori alterati al baseline, con effetti evidenti già nelle prime 8-12 settimane di trattamento (Wadden et al., 2026). I meccanismi ipotizzati includono la riduzione della neuroinfiammazione, l’aumento del BDNF, la modulazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e la normalizzazione della risposta allo stress.
Caso clinico 1 — Il lutto per la perdita del cibo come regolatore emotivo: «Mi manca qualcosa, mi manca il cibo»
Donna di 65 anni, in sovrappeso a seguito dell’incremento ponderale sopraggiunto in epoca post-menopausale, in assenza di comorbidità metaboliche maggiori. Paziente con una marcata consapevolezza corporea e una spiccata capacità di introspezione rispetto alle proprie sensazioni fisiche ed emotive, elementi che le hanno permesso una lettura clinicamente precisa e articolata dei cambiamenti attraversati durante il trattamento. Ha intrapreso terapia con tirzepatide per la gestione del peso in eccesso, attraversando successivamente le fasi di elaborazione del lutto per la perdita del cibo come regolatore emotivo e di stabilizzazione dell’umore descritte di seguito.
Un effetto particolarmente rilevante dal punto di vista clinico è la modulazione del craving alimentare. Tirzepatide riduce consistentemente e precocemente il desiderio di cibi iperpalatabili — dolci, grassi, ultraprocessati — attraverso un’azione diretta sul circuito amigdala-nucleus accumbens-corteccia prefrontale. Questo circuito non regola solo l’alimentazione: è il substrato neurobiologico della ricompensa, dell’impulsività e della regolazione emotiva. È qui che l’osservazione della nostra paziente diventa clinicamente preziosa: ella riconosce con precisione che il craving alimentare non è mai solo fame. È regolazione emotiva, risposta allo stress, a volte dissociazione.
Il cibo può essere letto su due livelli teorici complementari. Il primo, winnicottiano: il cibo come oggetto transizionale, presenza somatica e preverbale che precede il linguaggio e la relazione, capace di fornire contenimento e continuità del sé nei momenti di vulnerabilità. Il secondo, e forse più profondo, è quello della teoria dell’attaccamento. Il cibo funziona come regolatore psicobiologico delle emozioni — attiva il sistema parasimpatico, riduce il cortisolo, produce rilascio di oppioidi endogeni e dopamina. In questa prospettiva, il comportamento alimentare compulsivo o consolatorio non è semplicemente una cattiva abitudine: è un sistema di regolazione che sopperisce, in modo somatico e automatico, alla mancanza di una figura di attaccamento sufficientemente disponibile e responsiva. Il cibo placa la ricerca di cura — quella ricerca biologicamente primaria che nell’attaccamento insicuro o disorganizzato non ha trovato risposta affidabile nell’altro umano, e che trova invece nel cibo una risposta immediata, sempre disponibile, mai rifiutante.
In questa luce, il lutto descritto dalla paziente acquista una profondità ulteriore. Non si tratta solo della perdita di un piacere o di un’abitudine. Si tratta della perdita di un regolatore primario del sistema di attaccamento — qualcosa che stava svolgendo una funzione di sopravvivenza emotiva. La risposta di lutto è non solo comprensibile, ma clinicamente attesa, e dovrebbe essere anticipata e accompagnata in tutti i pazienti che iniziano questa terapia.
L’effetto complessivo sull’umore, dopo la fase iniziale di adattamento, viene descritto dalla paziente con un’analogia farmacologica precisa: simile a uno stabilizzatore dell’umore. Non euforia, non sedazione — ma un plateau emotivo stabile, una riduzione della reattività, una maggiore capacità di stare nel presente senza essere sopraffatta. Un’osservazione coerente con i dati emergenti su BDNF e neuroinfiammazione, e con il razionale biologico di un’azione modulatoria sull’amigdala.
3. Tirzepatide come terapia bottom-up: un parallelo con la psicoterapia somatica
Il concetto di terapia bottom-up è familiare a chiunque lavori con approcci corporei in psicoterapia. A differenza delle terapie top-down — che partono dalla cognizione, dal linguaggio, dalla riflessione consapevole — le terapie bottom-up accedono alla regolazione emotiva attraverso il corpo, la sensazione somatica, il movimento, il ritmo. EMDR, psicoterapia sensomotoria, Mindfulness applicata alla consapevolezza corporea lavorano tutte su questo principio: modificare lo stato del sistema nervoso autonomo partendo dal basso, dal corpo, per rendere accessibile ciò che il linguaggio e la cognizione da soli non raggiungono.
Tirzepatide opera secondo lo stesso principio, ma attraverso una via diversa: non la sensazione corporea consapevole, ma la modulazione diretta di recettori distribuiti nell’intestino, nel nervo vago, nel tronco encefalico, nel sistema limbico. Il risultato — una riduzione dell’iperattivazione emotiva, una maggiore stabilità affettiva, una diminuzione del craving come comportamento di regolazione automatica — è funzionalmente analogo a ciò che le terapie somatiche producono attraverso il lavoro clinico.
Questa analogia non è solo teoricamente interessante. Ha implicazioni pratiche rilevanti. Sappiamo dalla ricerca sul trauma che la finestra di tolleranza — il range di attivazione entro cui il sistema nervoso può elaborare l’esperienza senza essere sopraffatto — è una condizione necessaria per il
lavoro psicoterapeutico efficace. Pazienti con iperattivazione cronica, dissociazione frequente, o comportamenti compulsivi di regolazione faticano ad accedere ai processi riflessivi e integrativi che la psicoterapia richiede. Se tirzepatide riduce l’attivazione del sistema amigdaloideo, modula il craving e stabilizza l’umore, potrebbe ampliare la finestra di tolleranza in modo biologico — creando le condizioni neurobiologiche entro cui il lavoro psicoterapeutico diventa più accessibile. Non come sostituto della psicoterapia, ma come modulatore biologico che prepara il terreno.
3.1 I sistemi motivazionali
La teoria dei sistemi motivazionali, sviluppata da Lichtenberg e successivamente integrata da Liotti nella cornice dell’attaccamento (Lichtenberg, 1989; Liotti, Fassone & Monticelli, 2017), offre una lente preziosa per comprendere l’azione di tirzepatide a livello psicobiologico. Liotti descrive il sistema di attaccamento come uno dei sistemi motivazionali primari — biologicamente pre-cablato, attivato dalla percezione di pericolo o solitudine, orientato alla ricerca di vicinanza e cura. Nei soggetti con attaccamento insicuro o disorganizzato, questo sistema è cronicamente iperattivato — in uno stato di allerta permanente che consuma risorse neurobiologiche e mantiene il sistema nervoso in una condizione di attivazione di basso grado.
Il sistema di regolazione fisiologica — fame, sazietà, comfort somatico — è un altro sistema motivazionale primario, filogeneticamente ancora più antico. Nei pazienti con attaccamento insicuro, questi due sistemi entrano frequentemente in competizione disfunzionale: la ricerca di cura non trovando risposta nell’altro umano viene dirottata verso la regolazione fisiologica. Il cibo diventa il proxy somatico dell’attaccamento — immediato, affidabile, mai rifiutante. Tirzepatide interviene direttamente su questo sistema di regolazione fisiologica, modulando i segnali di fame e ricompensa a livello recettoriale. Ma l’effetto non si ferma lì. Riducendo l’iperattivazione del sistema di regolazione fisiologica, sembra liberare risorse neurobiologiche che permettono una maggiore flessibilità nell’attivazione degli altri sistemi motivazionali — in particolare quello esplorativo e quello affiliativo. La paziente descrive spontaneamente questo processo: la ritrovata capacità di investire in amicizie, in una nuova passione sportiva, in una relazione — come se lo spazio prima occupato dal cibo come regolatore si fosse aperto ad altre forme di connessione.
3.2 La finestra di tolleranza e la teoria polivagale
Il concetto di finestra di tolleranza, elaborato da Daniel Siegel (1999) e successivamente sviluppato da Pat Ogden nell’ambito della psicoterapia sensomotoria (Ogden, Minton & Pain, 2006), descrive il range ottimale di attivazione del sistema nervoso entro cui un individuo può elaborare l’esperienza emotiva senza essere sopraffatto. Al di sopra di questa finestra — iperattivazione — il sistema è in allerta, reattivo, incapace di riflessione. Al di sotto — ipoattivazione — è collassato, dissociato, disconnesso. Solo all’interno della finestra il lavoro psicoterapeutico è possibile.
La teoria polivagale di Stephen Porges (2011) offre il substrato neurobiologico di questo modello. Il sistema nervoso autonomo non è semplicemente binario — simpatico versus parasimpatico — ma gerarchico. Il nervo vago ventrale, filogeneticamente più recente, regola gli stati di sicurezza sociale, connessione e regolazione condivisa. È questo sistema che permette la presenza terapeutica, la sintonizzazione, l’elaborazione del trauma. Quando è offline — per iperattivazione
cronica, neuroinfiammazione, o stati dissociativi — il lavoro clinico incontra un muro biologico che la sola tecnica psicoterapeutica fatica a superare.
Tirzepatide sembra agire precisamente su questi substrati. La riduzione della neuroinfiammazione, la modulazione dell’amigdala, la stabilizzazione dell’umore descritta dalla paziente — sono tutti indicatori di un sistema nervoso autonomo che si sposta verso stati di maggiore regolazione. In termini polivagali: una maggiore disponibilità del circuito ventrovagale. Il parallelo con le terapie somatiche è qui più diretto. EMDR e psicoterapia sensomotoria lavorano attraverso la stimolazione bilaterale, il movimento, la consapevolezza corporea per spostare il sistema nervoso fuori dagli stati di difesa verso stati di sicurezza. Tirzepatide produce uno spostamento analogo attraverso una via recettoriale — modulando dal basso, attraverso l’asse intestino-nervo vago-sistema limbico, gli stessi circuiti che le terapie corporee raggiungono attraverso l’esperienza somatica consapevole. La convergenza è significativa: due strade radicalmente diverse — una farmacologica, una esperienziale — che producono effetti funzionalmente analoghi sulla regolazione del sistema nervoso autonomo. Questa convergenza non è una coincidenza. È la conferma che il target terapeutico — la regolazione neurobiologica bottom-up — è lo stesso, indipendentemente dallo strumento utilizzato per raggiungerlo.
3.3 Implicazioni per i disturbi alimentari
I disturbi alimentari rappresentano forse l’area clinica in cui le implicazioni di tirzepatide come terapia bottom-up sono più immediate e rilevanti. La comprensione contemporanea dei disturbi alimentari — anoressia, bulimia, binge eating disorder — si è progressivamente spostata da una lettura puramente psicologica verso un modello neurobiologico integrato. Il cibo, in questi disturbi, non è mai solo cibo. È regolazione emotiva, controllo, autopunizione, dissociazione, ricerca di cura. I comportamenti alimentari disfunzionali sono strategie di regolazione del sistema nervoso autonomo — primitive, automatiche, spesso preverbali — che si sono strutturate in risposta a esperienze di attaccamento traumatico o disfunzionale.
In questa cornice, il trattamento dei disturbi alimentari richiede necessariamente un approccio integrato: farmacologico, psicoterapeutico e corporeo. La sfida clinica principale non è la psicoeducazione — i pazienti sanno spesso benissimo cosa stanno facendo — ma la regolazione neurobiologica sottostante. Finché il sistema nervoso è in uno stato di iperattivazione cronica, il comportamento alimentare disfunzionale rimane l’unico regolatore disponibile, e nessuna tecnica cognitiva può competere con un bisogno biologico primario.
Tirzepatide interviene su questo livello in modo diretto. Modulando il circuito amigdala-nucleus accumbens, riducendo il craving per i cibi iperpalatabili e stabilizzando il sistema di ricompensa, abbassa l’urgenza biologica che sostiene il comportamento disfunzionale. Non elimina il problema — le dinamiche psicologiche sottostanti richiedono sempre un lavoro psicoterapeutico dedicato — ma riduce la pressione neurobiologica abbastanza da rendere quel lavoro accessibile.
Va sottolineato tuttavia un aspetto critico specifico per questa popolazione. Il lutto per la perdita del cibo come regolatore — descritto con precisione dalla nostra paziente — assume nei disturbi alimentari una dimensione ancora più intensa e potenzialmente destabilizzante. In pazienti con anoressia o bulimia, il comportamento alimentare disfunzionale è spesso l’unico sistema di regolazione disponibile, costruito nel tempo come risposta adattiva a contesti traumatici. La sua
disattivazione farmacologica, senza un adeguato contenimento psicoterapeutico parallelo, può aprire stati emotivi intensi e non elaborati che il paziente non ha gli strumenti per gestire. Questo rende imprescindibile, in questa popolazione, l’integrazione tra la prescrizione di tirzepatide e un percorso psicoterapeutico strutturato — preferibilmente con approcci che includano la dimensione corporea e la regolazione del sistema nervoso autonomo. La farmacologia da sola non basta. Ma con il giusto contenimento clinico, può rappresentare un cambiamento di paradigma nel trattamento di disturbi che rimangono tra i più complessi e resistenti della psichiatria.
3.4 Le dipendenze
Il parallelo tra craving alimentare e craving da sostanze non è metaforico — è neurobiologico. Alcol, cocaina, oppioidi, gioco d’azzardo patologico, comportamenti compulsivi di varia natura condividono con il comportamento alimentare disfunzionale lo stesso substrato: il circuito mesolimbico della ricompensa, con il nucleus accumbens come nodo centrale, modulato dall’amigdala e regolato — o disregolato — dalla corteccia prefrontale. In tutti questi disturbi il pattern è analogo: un sistema di regolazione emotiva che si è strutturato attorno a una sostanza o un comportamento capace di produrre sollievo immediato, prevedibile e mai rifiutante. Un regolatore psicobiologico che sopperisce — esattamente come il cibo — alla mancanza di una regolazione intersoggettiva sufficientemente affidabile. La teoria dell’attaccamento legge le dipendenze attraverso questa lente: non come vizio o debolezza morale, ma come strategia adattiva di un sistema nervoso che ha imparato a regolarsi in assenza di relazioni sicure.
I dati emergenti su tirzepatide e GLP-1 agonisti in questo ambito sono preliminari ma promettenti. Studi su modelli animali mostrano una riduzione del consumo di alcol, cocaina e oppioidi in animali trattati con GLP-1 agonisti (Klausen et al., 2022). Eli Lilly ha annunciato l’avvio di trial clinici di fase 3 specificamente disegnati per valutare l’effetto di tirzepatide sul consumo di alcol e droghe. Dati real-world da pazienti in trattamento per obesità riportano spontaneamente una riduzione del desiderio di alcol, fumo e comportamenti compulsivi — non come obiettivo della terapia, ma come effetto collaterale inatteso e benvenuto. Il meccanismo ipotizzato è lo stesso che abbiamo descritto per il craving alimentare: una modulazione diretta del sistema di ricompensa attraverso i recettori GLP-1 e GIP nel nucleus accumbens e nell’amigdala, che riduce la saliency della sostanza — la sua capacità di monopolizzare l’attenzione e il comportamento — senza produrre sedazione o blocco emotivo.
Le implicazioni cliniche per la psichiatria delle dipendenze sono potenzialmente enormi. I trattamenti farmacologici attualmente disponibili per le dipendenze — naltrexone, acamprosato, metadone, buprenorfina — agiscono prevalentemente bloccando o sostituendo l’effetto della sostanza. Tirzepatide agirebbe diversamente: a monte, sul sistema di regolazione emotiva che sostiene il comportamento dipendente, riducendo la pressione neurobiologica verso la sostanza senza toccare direttamente il sistema oppioide o dopaminergico. Anche qui, come per i disturbi alimentari, il messaggio clinico non è che tirzepatide possa sostituire la psicoterapia o i programmi di trattamento integrati. È che potrebbe modificare le condizioni neurobiologiche entro cui quel trattamento avviene — ampliando la finestra di tolleranza, riducendo l’iperattivazione del sistema di attaccamento, creando lo spazio biologico necessario perché il lavoro sulla regolazione emotiva e sulle dinamiche relazionali sottostanti possa procedere in modo più efficace. In questa prospettiva, tirzepatide non è un farmaco per le dipendenze. È un modulatore del sistema di
regolazione emotiva — e le dipendenze, lette attraverso la teoria dell’attaccamento, sono disturbi della regolazione emotiva. Il cerchio si chiude.
3.5 Sintomi ossessivo-compulsivi e caso clinico 2
Caso clinico 2 — Remissione della sintomatologia ossessivo-compulsiva.
Donna di 45 anni, con diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) dall’età di 20 anni, caratterizzato da ossessioni a contenuto egodistonico riguardanti l’orientamento sessuale — una presentazione clinica riconosciuta in letteratura (“sexual orientation OCD”). In trattamento farmacologico di lunga data con un SSRI (sertralina) e successivamente con fluvoxamina, con remissione solo parziale della sintomatologia ossessiva. In concomitanza con un incremento ponderale successivo alla seconda gravidanza, la paziente ha intrapreso terapia con tirzepatide (Mounjaro) per la gestione del peso, mantenendo invariata la terapia psicofarmacologica in corso. Successivamente all’avvio del trattamento, ha riportato la scomparsa pressoché completa del rimuginio ossessivo, un esito non ottenuto in precedenza nonostante anni di trattamento farmacologico specifico per il DOC.
Diverse ipotesi meccanicistiche possono essere proposte. Il DOC è associato a una disregolazione dei circuiti cortico-striato-talamo-corticali (CSTC); gli effetti antinfiammatori centrali di tirzepatide potrebbero modulare l’iperattività orbito-frontale/striatale tipica del disturbo. Un secondo meccanismo ipotizzabile riguarda la riduzione dell’arousal ansioso di base: un abbassamento del “rumore di fondo” ansioso potrebbe ridurre indirettamente le ossessioni, che spesso si nutrono di arousal e bisogno di controllo. Un terzo meccanismo coinvolge il sistema dopaminergico mesolimbico: gli agonisti GLP-1 agiscono su questo sistema riducendo il rilascio di dopamina nei centri di reward, con una conseguente diminuzione di motivazione, craving e impulsi verso comportamenti compulsivi o additivi. I dati più recenti suggeriscono non una semplice soppressione, ma una ri-regolazione: l’attività dopaminergica in fase di ricerca della ricompensa (cue) non risulterebbe alterata, mentre verrebbe potenziata in fase di consumo/ottenimento della ricompensa.
Non tutte le evidenze disponibili vanno tuttavia nella stessa direzione. Esiste almeno un case report di sintomi ossessivo-compulsivi di nuova insorgenza in un paziente obeso in trattamento con tirzepatide, comparsi dopo l’undicesima somministrazione e successivamente diagnosticati come DOC vero e proprio (cfr. Guerdjikova, Walter & McElroy, 2026, per una casistica affine su tirzepatide e comportamenti compulsivi). Un’analisi di farmacovigilanza condotta su EudraVigilance segnala inoltre eventi psichiatrici — soprattutto depressione, ansia e ideazione suicidaria — pur riguardanti solo l’1,18% del totale delle segnalazioni (Tobaiqy & Elkout, 2024).
Può essere utile, ai fini di una lettura clinica più accurata, distinguere esplicitamente il DOC ansioso/da controllo — verosimilmente più legato ad arousal, asse HPA e neuroinfiammazione — dai comportamenti compulsivi reward-driven, più legati al circuito dopaminergico VTA-nucleus accumbens: si tratta probabilmente di meccanismi parzialmente sovrapposti ma non identici, un punto che un reviewer potrebbe sollevare.
Nota: queste osservazioni si basano su un’osservazione clinica singola e su letteratura preliminare (case report, studi sui meccanismi dopaminergici) e non costituiscono evidenza consolidata.
4. Conclusioni
I due casi clinici presentati — pur nella loro natura aneddotica e nella necessità di essere letti con la dovuta cautela metodologica — convergono su un punto che merita attenzione sistematica: tirzepatide sembra agire su circuiti neurobiologici (amigdala, sistema mesolimbico, asse intestino-cervello, neuroinfiammazione) che sono anche il bersaglio elettivo di molte terapie psichiatriche e psicoterapeutiche. Il primo caso illustra come la perdita del cibo come regolatore emotivo attivi un autentico processo di lutto, e come il farmaco possa al contempo aprire uno spazio di maggiore stabilità affettiva. Il secondo mostra come un effetto sul sistema di regolazione della ricompensa e dell’arousal possa tradursi in una remissione sintomatologica in un disturbo — il DOC — che si riteneva legato a circuiti solo parzialmente sovrapponibili a quelli coinvolti nella regolazione del peso e dell’alimentazione.
Questi elementi si inseriscono in una tendenza più ampia che sta interessando la psichiatria contemporanea: il progressivo spostamento dell’attenzione clinica dai neurotrasmettitori classici verso i meccanismi infiammatori, metabolici e neuroendocrini condivisi da patologie psichiatriche e internistiche. Farmaci nati per il trattamento del diabete e dell’obesità — tirzepatide, ma anche gli altri agonisti GLP-1 — si configurano sempre più come molecole ad ampio spettro d’azione sul sistema nervoso centrale, capaci di intervenire su depressione, ansia, craving, dipendenze e, come mostrato in questo lavoro, potenzialmente sul DOC. Questo non implica che tali farmaci debbano o possano sostituire gli psicofarmaci specifici o la psicoterapia; implica piuttosto che la psichiatria dovrà confrontarsi sempre più spesso con effetti psichici, positivi e negativi, di farmaci prescritti per indicazioni metaboliche — e che la collaborazione tra psichiatra, internista e paziente diventa, in questo scenario, una condizione clinica necessaria piuttosto che un’opzione.
Sul piano clinico pratico, questo lavoro suggerisce alcune indicazioni operative. In primo luogo, il paziente che inizia un trattamento con tirzepatide per ragioni metaboliche dovrebbe essere informato della possibilità di cambiamenti nella sfera emotiva — sia nella direzione di una maggiore stabilità, sia, in alcuni casi, di un peggioramento dell’umore o dell’ansia — e accompagnato psicoterapeuticamente nella fase di transizione, in particolare quando il cibo abbia svolto una funzione di regolazione emotiva significativa. In secondo luogo, i pazienti con una storia psichiatrica pregressa, inclusi i disturbi ossessivo-compulsivi, andrebbero monitorati con particolare attenzione, poiché la letteratura mostra effetti in entrambe le direzioni. Infine, la ricchezza clinica di osservazioni come quelle qui riportate non sostituisce la necessità di studi prospettici, controllati e su campioni ampi, che sono l’unico strumento in grado di stabilire se e quanto questi effetti siano generalizzabili, quali pazienti ne beneficino maggiormente, e quale sia il ruolo — sinergico o indipendente — della psicoterapia in questo processo.
Tirzepatide, in definitiva, non è uno psicofarmaco. Ma i dati che si stanno accumulando, insieme alle osservazioni cliniche qui presentate, suggeriscono che la sua azione travalica il perimetro metabolico per cui è stata approvata, ponendo alla psichiatria una domanda che meriterà, nei prossimi anni, una risposta sistematica: quanto della sofferenza psichica che oggi trattiamo con strumenti puramente psicologici o psicofarmacologici ha, in realtà, radici metaboliche e infiammatorie che nuove classi di farmaci come tirzepatide potrebbero contribuire a modulare.
Bibliografia
Guerdjikova, A. I., Walter, L. L., & McElroy, S. L. (2026). Improvement of Compulsive Shopping on Tirzepatide: A Case Report. Journal of Clinical Psychopharmacology. Advance online publication.
Jastreboff, A. M., Aronne, L. J., Ahmad, N. N., et al. (2022). Tirzepatide Once Weekly for the Treatment of Obesity. New England Journal of Medicine, 387(3), 205-216.
Klausen, M. K., Thomsen, M., Wortwein, G., et al. (2022). The role of glucagon-like peptide 1 (GLP-1) in addictive disorders. British Journal of Pharmacology, 179, 625-641.
Lichtenberg, J. D. (1989). Psychoanalysis and Motivation. Hillsdale, NJ: The Analytic Press.
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Tobaiqy, M., & Elkout, H. (2024). Psychiatric adverse events associated with semaglutide, liraglutide and tirzepatide: a pharmacovigilance analysis of individual case safety reports submitted to the EudraVigilance database. International Journal of Clinical Pharmacy, 46(2), 488-495.
Wadden, T. A., et al. (2026). Psychiatric Safety of Tirzepatide in People With Obesity and No Known Major Psychopathology: A Post Hoc Analysis of SURMOUNT. Obesity. Advance online publication.

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