Per crescere un bambino ci vuole un villaggio: il contributo dell’accudimento cooperativo e della modernita’ emozionale nello sviluppo del linguaggio e dell’apprendimento (di Cristiano ARDOVINI)

EVOLUZIONISMO E SCIENZE UMANE – rubrica a cura di Cristiano Ardovini (presentazione di Antonio Onofri)

Sarah Bluffer Hrdy & Judith M. Burkart: “The emergence of emotionally modern humans: implications for language and learning”. Phil. Trans. R. Soc. B 375, 2020. (di Cristiano ARDOVINI)

Nel 2009, Sarah Hrdy, antropologa e primatologa, da sempre interessata a esplorare la base evoluzionistica del comportamento femminile nei primati non umani e umani, pubblica il suo ‘Mothers and Others: The evolutionary origins of mutual understanding’, in cui per la prima volta descrive l’accudimento cooperativo quale forma di organizzazione sociale caratterizzata da cure condivise della prole da parte di figure di attaccamento molteplici, che si affiancano alla madre, definite ‘allomadri’ o ‘allogenitori’. Di solito rappresentate dal padre e da altri individui, spesso – ma non necessariamente – appartengono al sesso femminile e possono presentare legami di parentela più o meno stretti con la madre. L’accudimento cooperativo, oltre a favorire il modellamento di strategie della storia di vita specifiche della specie umana (svezzamento precoce della prole – prolungamento della fase di immaturità dei giovani) si pone quale elemento significativo per lo sviluppo, in senso filogenetico e ontogenetico, di quella comprensione reciproca tra individui, a cui fa riferimento il titolo del volume della Hrdy e che di solito viene identificata da termini quali ‘Teoria della Mente’, ‘Metacognizione’, ‘Mentalizzazione’. I riferimenti epistemologici alla base dell’impianto conoscitivo dell’autrice sono radicati nell’ambito dell’evoluzionismo e dello studio dello sviluppo ontogenetico dell’individuo (‘ontogenesi’) e contribuiscono all’elaborazione del concetto di ‘modernità emozionale’, elemento portante, insieme all’accudimento cooperativo, di questo articolo del 2020, scritto da Hrdy con Judith Burkart, collega dell’Università di Zurigo. Secondo le autrici, la condivisione delle cure della prole e la ‘modernità emozionale’ che ne è derivata, hanno rappresentato fattori significativi nel condizionare lo sviluppo, nel corso dell’evoluzione della specie umana, di abilità comunicative e forme di apprendimento sociale sempre più complesse, che in un’ottica diacronica hanno condotto alla ‘modernità comportamentale e culturale’ di Homo Sapiens.

Vista la rilevanza attribuita da Hrdy e Burkart alla condizione di ‘modernità emozionale’, può essere utile fornirne una sintetica descrizione, per rendere più agevole poi la comprensione delle successive linee di ragionamento seguite dalle autrici nel loro contributo. Per ‘modernità emozionale’ si intende una condizione caratterizzata da due componenti distinte, una motivazionale, rappresentata dall’inclinazione a cercare il coinvolgimento e la condivisione intersoggettivi, l’altra, sociocognitiva, identificata dalla capacità di sintonizzarsi sulla mente dell’altro e che può essere immaginata come prodromo, nello sviluppo filogenetico e ontogenetico, della Teoria della Mente. In base ai dati al momento disponibili, la sua comparsa può essere fatta risalire, nel tempo filogenetico, a circa 2 milioni di anni fa, nelle epoche del Pliocene e Pleistocene, con l’evoluzione di Homo erectus, a seguito dello sviluppo dell’accudimento cooperativo, che ne ha rappresentato il necessario ‘humus’. Importante precisare come le autrici, quando parlano di cure condivise della prole, facciano riferimento a una specifica forma di accudimento cooperativo, definita dall’aggettivo ‘esteso’, dove le ‘allomadri’ si occupano dei piccoli provvedendo ai loro diversi bisogni, dall’essere tenuti e trasportati alla fornitura di cibo. Si tratta di una condizione molto rara nel mondo animale, riconosciuta soltanto nella specie umana e in una sottofamiglia di scimmie del Nuovo Mondo, le Callitricidi, rappresentata dalle marmose e dai tamarini. In tutte le altre specie animali che praticano le cure condivise dei piccoli (insetti sociali, uccelli e mammiferi quali carnivori sociali e soprattutto primati), l’accudimento cooperativo infatti si presenta in forme decisamente più limitate e circoscritte.

Una volta sottolineata la rilevanza dell’accudimento cooperativo per diversi aspetti dell’evoluzione umana, le autrici affrontano il tema nucleare del loro articolo. Si domandano, infatti, in che modo un ambiente sociale organizzato secondo modalità di cura condivisa della prole possa aver creato quelle condizioni favorevoli allo sviluppo della ‘modernità emozionale’ e, con il suo contributo, di quel complesso di abilità comunicative e di apprendimento sociale in grado di contribuire, insieme a diversi altri fattori e nel corso del tempo filogenetico, alla ‘modernità comportamentale e culturale’ così distintiva di Homo sapiens. Le loro risposte, inevitabilmente speculative, come tutte le risposte che sostanziano ricostruzioni di natura storico-evolutiva, si fondano sul ricorso a dati desunti dall’osservazione naturalistica delle già citate scimmie del Nuovo Mondo e da quelli derivati da esperimenti condotti su neonati di primati non-umani e umani in condizioni di accudimento ‘indipendente’ e allomaterno. È questa infatti l’unica via percorribile, visto che non esiste possibilità alcuna di intraprendere un viaggio nel passato in modo da tornare a quell’epoca arcaica in cui l’accudimento cooperativo esteso comparve tra i nostri parenti ominidi e osservare ‘dal vivo’ il loro comportamento.

In un contesto sociale in cui la prole veniva accudita da più figure di attaccamento, era necessario un certo grado di coordinazione tra i diversi ‘caregiver’. E la capacità di rappresentarsi la mente dell’altro rispetto a quell’obiettivo congiunto diventava funzionale al suo raggiungimento. Ma non è sulla cooperazione tra ‘caretaker’ che le autrici concentrano le proprie riflessioni, pur sottolineandone la possibile rilevanza nel percorso di sviluppo filogenetico della ‘modernità emozionale’ e ‘comportamentale’. La loro attenzione infatti si focalizza sulle pressioni selettive esercitate dalla condizione di accudimento cooperativo sui piccoli immaturi nel favorire, secondo i meccanismi della selezione sociale darwiniana (intesa nei termini proposti da Mary Jane West-Eberhard), genotipi e fenotipi contraddistinti dalla ‘modernità emozionale’. È evidente come una tale angolatura osservi il contesto sociale creato dalla condivisione delle cure della prole attraverso ‘gli occhi’ dei piccoli immaturi. Un contesto sociale in cui numerosi individui dipendenti dall’accudimento degli adulti si trovavano a competere per assicurarsene attenzioni e cure, ricorrendo a modalità dal significato ‘seduttivo’. In altri termini, la selezione naturale favorì, in un simile contesto sociale, quei piccoli portatori di caratteristiche fenotipiche in grado di ingraziarsi le figure d’attaccamento, attirandone la benevolenza e la disponibilità a dare cura con continuità e stabilità, attraverso la costituzione di un legame di natura emozionale. Non soltanto i piccoli immaturi, in questo scenario di vita ominide arcaica, dovevano competere tra loro per assicurarsi cure responsive, ma dovevano anche fare i conti con un’inclinazione all’accudimento da parte della figura materna e degli altri ‘caregiver’ sempre meno incondizionata, a differenza di quanto accadeva e accade nel mondo dei primati antropomorfi. Una condizione che contribuì ulteriormente alla selezione sociale di quei caratteri nei piccoli immaturi in grado di sostenere nei ‘caretaker’ la motivazione all’accudimento che lo sviluppo di cure condivise aveva già di per sé indebolito, rendendolo meno ‘istintuale’.

Ma quali furono le caratteristiche fenotipiche dei piccoli di Homo erectus che si dimostrarono funzionali alla realizzazione di un tale obiettivo? Le autrici le categorizzano all’interno di due ambiti distinti, fisico e psicologico. E, coerentemente con l’obiettivo del proprio contributo, lo spazio più ampio viene dedicato all’esplorazione degli aspetti psicologici, a partire dallo sviluppo di funzioni comunicative interpersonali che nel tempo filogenetico, per così dire ricapitolato in quello dell’ontogenesi, si resero via via sempre più sofisticate e complesse. Dalla comparsa di un sorriso definito ‘fatato’ subito dopo la nascita, allo sviluppo successivo di un sorriso più tipicamente sociale, al manifestarsi della risata, all’espressione di ‘lallazioni’ sempre più articolate fino all’acquisizione del linguaggio, prerogativa esclusiva della specie umana, tali forme comunicative vennero selezionate proprio perché efficaci nel dirigere attenzione e benevolenza dei potenziali ‘caretaker’ verso i piccoli immaturi, attraverso l’intervento decisivo di fenomeni di apprendimento condizionato. Con questi interagirono i primi barlumi di intersoggettività, e il risultato fu che i piccoli arrivarono a comprendere e a interiorizzare le preferenze sensoriali delle potenziali figure di attaccamento, affinando e articolando le proprie abilità comunicative per ingraziarsi i ‘caregiver’ in modo da ottenerne attenzioni e cura. Attraverso un tale percorso evolutivo, secondo le autrici, si andò sviluppando una forma di intersoggettività specifica della condizione di modernità emozionale e qualitativamente distinta da quella di certo già presente nei primati antropomorfi. Inoltre vennero gettate le basi per lo sviluppo dell’inclinazione, così tipica della specie umana a conformarsi e a prestare attenzione alla propria immagine sociale (reputazione). Di certo, una simile ricostruzione tende a sottolineare la rilevanza della dimensione intersoggettiva nel processo di sviluppo del linguaggio, riecheggiando in tal senso le riflessioni dello psichiatra Peter Hobson sulla centralità del coinvolgimento sociale reciproco e dei legami emozionali tra menti quali prerequisiti per la sua evoluzione, in interazione con i numerosi altri fattori ormai da tempo riconosciuti dalla comunità scientifica.

Accudimento cooperativo e modernità emozionale contribuirono non soltanto allo sviluppo di forme comunicative sempre più sofisticate ma parteciparono anche al processo di costruzione di abilità complesse di apprendimento sociale. La possibilità per i giovani immaturi di osservare diversi adulti a cui erano legati emozionalmente, in modo da utilizzarli come modelli di apprendimento e la concomitante propensione dei ‘caregiver’ a trasmettere attivamente informazioni necessarie al processo di socializzazione, riflesso a sua volta di una propensione alla prosocialità riconoscibile nelle specie che praticano cure condivise estese della prole, incrementarono e di molto per il genere umano le modalità di apprendimento, rispetto a quelle, di certo più limitate, osservate nei primati antropomorfi. D’altronde, la motivazione degli adulti ad assumere un ruolo per così dire ‘didattico/pedagogico’, venne ricorsivamente confermata e amplificata dalla complementare inclinazione dei giovani immaturi a focalizzare l’attenzione su comportamenti e preferenze dei loro ‘caretaker’, così da potervisi adattare e conformare. E la propensione a cogliere, interiorizzare e conformarsi alle preferenze e aspettative degli altri si accompagnò, come detto, allo sviluppo di una sempre maggiore rilevanza attribuita alla propria immagine sociale e reputazione. Insieme, questi due elementi, a pieno titolo riconducibili al mondo mentale delle funzioni metacognitive, di cui la Teoria della Mente ne è una delle espressioni, aprirono la via a ulteriori evoluzioni di caratteristiche psicologiche tipiche della specie umana, che si compendiarono in quella condizione, diacronicamente successiva alla modernità emozionale che fu ed è la modernità comportamentale (e culturale). Al linguaggio, al pensiero simbolico e a forme complesse di apprendimento sociale come l’insegnamento e il pettegolezzo si aggiunsero, tra gli altri e nel tempo filogenetico, norme e pratiche sociali condivise, il senso del morale e dell’affiliazione, l’attenzione per la reputazione, l’inclinazione a conformarsi alle regole del gruppo di appartenenza e la predisposizione all’indottrinabilità.

In conclusione di questa recensione dell’articolo di Hrdy e Burkart, vale la pena di sottolinearne e ribadirne la ricchezza e complessità dei temi trattati, che si evince anche dalla corposità della bibliografia, costituita da ben 128 voci distinte. Esercita un’indiscutibile fascinazione seguire il filo dei loro ragionamenti che, dall’accudimento cooperativo esteso e dalla conseguente modernità emozionale, porta alla comparsa, secondo un percorso diacronico all’interno della filogenesi, di quella modernità comportamentale e culturale che contraddistingue gli esseri umani contemporanei. E la natura del tutto speculativa della ricostruzione, riconosciuta in primis dalle autrici, nulla toglie a quella fascinazione. Che, anzi, sembra venirne amplificata dalla possibilità di immaginare che la nascita dell’intersoggettività, seppure in una forma soltanto embrionale, possa essere ricondotta ad epoche così arcaiche dell’evoluzione della specie umana, quali quelle del Pliocene e del Pleistocene. Una simile angolatura permette di conferire a intersoggettività, Teoria della Mente e motivazione prosociale una solidità e stabilità che soltanto i tempi a dir poco dilatati della filogenesi sono in grado di assicurare. E permette di immaginarne, come accennato, degli interessanti percorsi di sviluppo, che chiamano in gioco altri scenari evoluzionistici, come quelli proposti da autori quali Michael Tomasello e Cristopher Boehm che vanno a integrarsi, arricchendola e completandola, con la prospettiva presentata dalle autrici. Qui, è la progressiva articolazione di una motivazione cooperativa, già presente in contesti sociali arcaici organizzati in funzione delle cure condivise dei piccoli, a determinare, attraverso passaggi successivi e complessi, la realizzazione di quella modernità comportamentale e culturale che oggi rappresenta, come più volte sottolineato, il carattere distintivo di Homo Sapiens. E che di certo rimanda alla comparsa di forme sempre più sofisticate di coscienza, vuoi nell’accezione di consapevolezza di sé e del mondo, vuoi in quella di impegno etico e morale.

 

Cristiano Ardovini
Medico Psicologo Clinico – Psicoterapeuta cognitivo-evoluzionista
ARPAS – Associazione per la Ricerca sulla Psicopatologia dell’Attaccamento e dello Sviluppo

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Hrdy SB (2009): Mothers and others: the evolutionary origins of mutual understanding. Cambridge, MA: Belknap Press;
  • West-Eberhard MJ (2003): Development, plasticity and evolution. Oxford, UK: Oxford university Press;
  • Hobson P (2004): The cradle of thought: exploring the origins of thinking. Oxford UK: Oxford Press;
  • Tomasello M. (2019): Becoming human: a theory of ontogeny. Cambridge, MA : Harvard University Press;
  • Boehm C. (2012): Moral origins: the evolution of virtue, altruism and shame. New York, NY: Basic Books.

 

 

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