EVOLUZIONE E SUICIDIO

EVOLUZIONISMO E SCIENZE UMANE – rubrica a cura di Cristiano Ardovini (presentazione di Antonio Onofri)

Nicholas Humphrey: The lure of death: suicide and human evolution, Philosophical Transactions Royal Society B 2018, 373: 20170269
(recensione e commento di Cristiano Ardovini)

Nicholas Humprey, psicologo, filosofo e primatologo inglese, nel corso della sua lunga carriera scientifica si è occupato in particolare dello studio della coscienza secondo una prospettiva evoluzionista, ipotizzandone origine e funzione in quanto adattamento alla vita sociale.

Negli ultimi anni, le sue riflessioni si sono concentrate sulla concettualizzazione, sempre rigorosamente in chiave evoluzionistica, di quella specifica forma di coscienza indicata in letteratura specialistica con il termine fenomenica, o in prima persona, o sensoriale, secondo la definizione proposta dall’autore stesso, a cui si correla il cosiddetto fenomeno dei qualia. Ne sono patente testimonianza lavori quali “Soul dust. The magic of consciousness” del 2011 e il recentissimo “Sentience. The invention of consciousness” pubblicato nel 2022.

Il suo interesse per un tema tanto complesso e affascinante, da tempo focus privilegiato del lavoro teorico e di ricerca del mondo neuroscientifico e non solo, riverbera in modo evidente anche nell’articolo oggetto di questa recensione, pubblicato nel 2018 su Philosophical Transactions B. Suo obiettivo dichiarato è approfondire il tema del suicidio da una prospettiva evoluzionista, sottolineandone il profondo impatto sulla filogenesi della specie umana sin dalla sua prima comparsa. Ora, data la centralità della cornice teorica darwiniana nel guidare il ragionamento di Humphrey, non sorprende, in tal senso, l’assenza di riflessioni sul ruolo eziopatogenetico delle componenti ontogenetica e di sviluppo individuale di un tale tratto comportamentale. Fattori che, purtuttavia, devono costituire elementi irrinunciabili per una sua comprensione più articolata, integrata ed esaustiva, in particolare quando se ne voglia comprendere il significato da una prospettiva clinica e psicopatologica

Sin dall’incipit del suo percorso esplorativo, compendiato in otto paragrafi utili nell’accompagnare passo passo il lettore nelle pieghe del suo ragionamento, l’autore si premura di enfatizzare quanto la capacità, tutta umana, di agire intenzionalmente il comportamento suicidario sia riflesso della comparsa e del successivo sviluppo di funzioni cognitive sofisticate durante il lungo processo di speciazione. È quindi alla coscienza, complessa, misteriosa, sfuggente e fors’anche magica proprietà del cervello/mente che si deve la possibilità di rappresentarsi il pensiero “mi posso uccidere”, condizione ineludibile alla base dell’agito suicidario. Un’idea che, tiene a precisarlo l’autore, di livelli semantici stratificati si compone, ognuno dei quali a sua volta espressione di funzioni distinte e diversificate della coscienza, nel loro complesso riconducibili al concetto di metacognizione. Quale, ad esempio, la possibilità di rappresentarsi il sé, che l’atto suicidario si propone di cancellare, non soltanto nella sua dimensione corporea, ma anche e soprattutto in quella del mentale, la cui esistenza è possibile inferire attraverso l’esercizio di quella funzione metacognitiva nota come teoria della mente.

Definito lo sfondo cognitivo necessario perché si sostanzi il comportamento suicidario, Humphrey si preoccupa di definire una data che almeno approssimativamente ne collochi l’epifania nel tempo filogenetico. In via ipotetica – come d’altronde sempre accade quando ci si muove nel mondo delle ricostruzioni paleontologiche e paleoantropologiche – il candidato più plausibile sembrerebbe corrispondere a circa 100.000 anni or sono, con il palesarsi dell’uomo anatomicamente e cognitivamente moderno.

Bene, una volta affrontato e in qualche modo risolto il dilemma della collocazione cronologica, si pone la necessità di cogliere le implicazioni concrete dell’agito suicidario sulle prime popolazioni di ominidi, che con quella disposizione comportamentale si trovarono a confrontarsi. Evidente quanto in questo caso non sia possibile fare affidamento sulla principale fonte conoscitiva diretta a disposizione, di solito, della paleoantropologia – i reperti fossili – visto che un tratto comportamentale quale il suicidio non ne lascia. Quindi? Niente paura, rassicura Humphrey, basta ricorrere ai dati epidemiologici disponibili per le diverse culture contemporanee. Ne emerge un quadro a dir poco allarmante, anche e soprattutto quando si concentri l’attenzione sul valore complessivo derivato dalla somma di suicidi in senso stretto, atti suicidari tentati e ideazione suicidaria. Il riscontro di frequenze tanto elevate nelle diverse popolazioni di un tratto, fisico o comportamentale che sia, pone seri problemi interpretativi in termini evoluzionisti, quando la presenza e persistenza di quel tratto si traduca in conseguenze tanto negative sulla fitness, come è il caso dell’agito suicidario. Impossibile, infatti, immaginarlo espressione di una sorta di rumore di fondo, di effetti casuali generati da mutazioni, improvvisi cambiamenti dell’ambiente o dello sviluppo ontogenetico. Una possibile lettura, coerente con la cornice darwiniana, deriva, secondo l’autore, dalla possibilità di categorizzare il suicidio in due forme distinte, in funzione delle motivazioni che lo sottendono. Facendo ricorso alla terminologia proposta dal sociologo francese Èmile Durkheim, Humphrey, pur non sposandone in alcun modo le concettualizzazioni teoriche, identifica così il suicidio altruistico e quello egoistico. Il primo, finalizzato a beneficiare un consanguineo o il gruppo d’appartenenza, rispetta appieno i dettami della teoria evoluzionista, in base ai concetti di selezione parentale e fitness inclusivainclusive fitness – elaborati negli anni Sessanta del Novecento dal biologo evoluzionista britannico William Hamilton. Ben diverso il discorso per il secondo, in cui la motivazione sottesa riguarda esclusivamente chi il suicidio perpetra, senza alcuna preoccupazione per l’impatto del proprio gesto sugli altri, quantomeno non di natura altruistica, semmai, a volte, vendicativa e di rivalsa. E se si considera quanto spesso i suicidi riguardino individui giovani – seconda causa di morte negli adolescenti a livello mondiale – a dir poco complicato si presenta il compito di ravvisarne una logica in termini darwiniani. Tanto che Humphrey non esita a definire il suicidio egoistico un errore biologico e una possibile via verso l’estinzione nel percorso filogenetico della specie. E allora, come interpretarlo, rimanendo comunque fedeli alla cornice epistemologica scelta, quella, appunto, evoluzionista? Immaginandolo, ci dice l’autore, come un effetto collaterale o by-product – secondo la terminologia della biologia evoluzionista – della coscienza, di quell’insieme di funzioni della mente necessarie, come detto, per potersi rappresentare l’idea stessa del suicidio. Il che implica coinvolgere nel ragionamento interpretativo il livello prossimale, o psicologico, nella lettura esplicativa e funzionale di un comportamento, che s’affianchi a quello distale, di significato più prettamente filogenetico.

L’agito suicidario, così, viene a configurarsi come una strategia di estrema ratio guidata dalla spinta, quella sì istintuale – e perciò da intendersi quale vero adattamento darwiniano e propria di tutte le specie animali – a fuggire dal dolore, fisico e mentale. Da qui, quindi, il termine di auto-eutanasia, scelto da Humphrey per connotarne la valenza semantica. E se in determinate condizioni il livello di sofferenza che al suicidio spinge assume caratteristiche di particolare intensità, in altre, secondo l’autore, sembra legarsi a fattori precipitanti sorprendentemente banali, come a suo avviso confermano un paio di esemplificazioni descritte nell’articolo. È in questo passaggio che si evidenzia con patente chiarezza la scarsa attenzione prestata da Humphrey a quegli elementi della storia individuale che, in modo imprescindibile, condizionano l’esperienza soggettiva della sofferenza, qualificandola come più o meno tollerabile e, conseguentemente, modulabile. Ma tant’è…

Se la possibilità di ricorrere al suicidio, permessa dalla coscienza, è, per così dire, sempre dietro l’angolo, e il suo impatto sulla fitness individuale e sull’evoluzione della specie è a dir poco significativo, se non potenzialmente devastante, si rende necessario esplorare quali eventuali strategie la Natura abbia selezionato per frenarne gli effetti. Alcuni autori, citati da Humphrey, quali Ernest Becker e Geoffrey Miller non nutrono dubbio alcuno sul loro sviluppo nel corso del tempo filogenetico, e le identificano in particolare con la paura della morte, cablata nella funzione di strutture cerebrali evolutivamente arcaiche quali tronco dell’encefalo e amigdala. Se si decide di ragionare in termini motivazionali, scegliendo poi come riferimento euristico la Teoria Evoluzionista della Motivazione [TEM], proposta da Giovanni Liotti, immediato si presenta il collegamento con l’attività del sistema omeostatico di difesa e di quella, correlata, del sistema nervoso autonomo, dal primo regolata. Problema risolto, quindi… Non per Humphrey, però, che esprime in merito un esplicito scetticismo, e per due diversi ordini di ragioni. Intanto, perché i dati epidemiologici disponibili propongono un’istantanea che punta in tutt’altra direzione. E poi perché, se si studiano con accuratezza le numerose descrizioni aneddotiche sul suicidio, desunte dalle fonti più diverse – di cui l’autore fornisce un assaggio nell’articolo – ben si evince come la paura esperita non sia tanto quella della morte, quando piuttosto quella di una fine dolorosa. Ecco, ci risiamo. Di nuovo, quindi, il tema centrale si fa la gestione dell’esperienza della sofferenza durante l’agito suicidario, più che la paura in sé della fine dell’esistenza.

Certo, si premura di sottolineare l’autore – in una sorta di metaforico e immaginato contradditorio con chi potrebbe confutare la sua prospettiva – l’assenza di un esplicito timore della morte potrebbe bensì rimandare a una qualche forma di negazione, resa necessaria proprio dal terrore evocato negli esseri umani dalla rappresentazione di una condizione in cui si contempli il nulla ontologico. Secondo Humphrey, però, una simile interpretazione appare forzata e indaginosa, e gli sembra preferibile ribadire la propria posizione epistemologica. Quella per cui, più semplicemente, la paura della morte, in quanto adattamento darwiniano in senso stretto, non esiste in nessuna specie animale. E a suo avviso il motivo è chiaro. I sistemi difensivi cerebrali arcaici sono stati colti di sorpresa, per così dire, presi alla sprovvista da un concetto tanto nebuloso ed elusivo come si configura quello della morte. Non solo, a questo vi si è aggiunta l’assenza, com’è inevitabile che sia, di adeguate occasioni di apprendimento concreto in grado di favorirne un adeguato sviluppo. Nessuno, infatti, è mai tornato indietro da quella condizione di nulla assoluto dopo averne fatto esperienza diretta su cui basarsi per evitarne la reiterazione futura e da poter in più condividere con altri! In fondo, si premura di sottolineare l’autore, i fenomeni di apprendimento, in cui gli esseri umani sembrano particolarmente versati, possono favorire, in termini evoluzionisti, la trasformazione di un qualsivoglia tratto comportamentale da acquisito in innato, quando praticato a più riprese nel tempo. E, nell’occasione dell’agito suicidario, su questi, come detto, non è proprio pensabile poter contare!

Nessun adattamento evoluto, quindi, secondo la ricostruzione di Humphrey, si è reso disponibile durante la filogenesi per contrastare l’inclinazione tutta umana al suicidio, che, come recita il titolo dell’articolo, ha esercitato la sua potente fascinazione nel corso dell’evoluzione. Vieppiù favorita dall’estrema capacità di diffusione di quell’idea di potersi uccidere, su cui, come detto, l’agito suicidario si fonda, sostenuta a sua volta dalla spiccata tendenza degli individui all’imitazione ed emulazione. Un meme, quindi, nella terminologia ormai celeberrima proposta dal famoso biologo britannico Richard Dawkins negli anni Settanta del Novecento, in grado di diffondersi a macchia d’olio nelle diverse comunità culturali, come un virus malevolo dotato di una straordinaria capacità propagativa.

L’assenza di strategie difensive biologicamente fondate nei confronti del suicidio significa, allora, nessuna speranza di controbilanciarne la spinta, il richiamo, l’attrazione seduttiva? Secondo Humphrey, assolutamente no, perché alla specie umana è venuta in soccorso l’evoluzione culturale, che ha sovrainteso lo sviluppo di strumenti diversi capaci di limitare l’impatto potenzialmente devastante dell’idea dell’auto-eutanasia. Quindi, memi contro memi, volendo utilizzare un sintetico aforisma!

E quali sarebbero, secondo l’autore? In primo luogo, interventi culturali finalizzati a rappresentare un deterrente all’agito suicidario. Alcuni diretti, come la promulgazione di leggi da parte di autorità religiose e secolari nelle diverse epoche storiche che consideravano i suicidi e i tentativi di suicidio veri e propri reati perseguibili dal punto di vista penale e civile. O come i diversi tentativi di arginare la diffusione virale del meme dell’auto-eutanasia, nello specifico l’elaborazione da parte delle autorità nazionali di linee guida stringenti rivolte ai mezzi di comunicazione di massa, così da regolamentare, vincolandole, divulgazione e spettacolarizzazione di notizie di suicidi, soprattutto quando riferite a personaggi pubblici. Altri indiretti, centrati sullo sviluppo e conseguente diffusione di sistemi di convinzioni che confutassero l’idea secondo cui l’agito suicidario avrebbe determinato l’oblio esperienziale, favorendo l’uscita di scena della coscienza/mente dal palcoscenico della vita. Si cercava, così, di minare le fondamenta stessa del significato funzionale del suicidio, l’eliminazione dell’esperienza del dolore. Magari rafforzandone il potere di convincimento affiancandovi sistemi semantici di natura religiosa centrati su particolareggiate descrizioni di un aldilà dal carattere terrifico per chi, in vita, si fosse macchiato di peccati mortali, tra cui, appunto, posto di rilievo spettava a chi il suicidio aveva praticato.

Ma non solo deterrenti culturali come strategie di controllo per limitare la diffusione del meme dell’autoeutanasia, secondo Humphrey. Infatti, se si esplora con una certa accuratezza la storia dell’umanità, non è difficile identificarne altre che si prefiggono lo stesso obiettivo attraverso lo sviluppo di interventi finalizzati ad agire sulla disperazione quale primum movens dell’agito suicidario. Il loro fine comune ultimo è instillare speranza, aiutando le persone a immaginare e sentire che quel dolore, quella sofferenza sono sempre passibili di mutamenti positivi e che nessuno è in grado di prevedere, in alcun modo, cosa riserverà il futuro. Spesso “somministrati” da gruppi o comunità, come quello dei Samaritani, fondato nel 1954 dal prete inglese Chad Varah citato da Humphrey, che sembrano poter riconoscere nell’accudimento cooperativo e nell’esperienza di affiliazione, tra gli altri, due importanti fattori “terapeutici”, quando, di nuovo, si voglia utilizzare, come possibile paradigma esplicativo, quello della TEM.

Oltre a instillare speranza, aiutando a immaginare possibilità future migliori, tali messaggi, facilmente riconoscibili nei diversi prodotti culturali, più o meno sofisticati, che si sono succeduti nelle varie epoche storiche, hanno anche cercato di alimentare e di sostenere il valore intrinseco dell’esistenza, corroborando la motivazione alla vita. Ed è qui, secondo Humphrey, che natura e cultura s’incontrano, perché è nella coscienza fenomenica, sensoriale, che l’essere umano ha trovato e trova lo strumento più potente per opporsi al richiamo seduttivo dell’auto-eutanasia. È la dimensione dei qualia ha sostenere con vigore la spinta alla vita, una dimensione che sulla coscienza in prima persona poggia, e che, secondo il pensiero dell’autore, a tutti gli effetti deve essere considerata un adattamento darwiniano classico. In diretta continuità con le riflessioni elaborate nel suo libro del 2011 Soul dust, e con quelle, ancora da venire, intorno a cui ruoterà la sua ultima fatica del 2022 Sentience. The invention of consciousness. Questo è, con ogni probabilità, il nucleo portante del suo articolo. Ribadire la centralità della coscienza, nelle sue diverse forme, sia nel favorire la comparsa, in termini evoluzionisti, dell’agito suicidario, permettendone una sua rappresentazione in termini cognitivi, sia nel permettere la costruzione di strategie in grado di contrastarne il potente richiamo seduttivo. E, in tal senso, riservando un ruolo speciale a quella coscienza dei sensi, a quell’esperienza del mondo in prima persona – qualia – come decisivo strumento per rinvigorire e corroborare la motivazione, innata nel vivente, a sopravvivere e a prosperare.

In conclusione, il contributo di Humphrey, qui recensito e commentato, fornisce alcuni spunti euristici interessanti, secondo una prospettiva evoluzionista, su un fenomeno comportamentale tanto rilevante e diffuso quale si presenta l’agito suicidario. Evidente, nel ragionamento dell’autore, sempre lucido, articolato e integrato, la sua formazione filosofica che a quella scientifica si affianca e con cui ben si integra. Producendo, così, un flusso di riflessioni stimolanti, meritevoli di ulteriori approfondimenti e sviluppi, anche e soprattutto in riferimento alla cornice evoluzionista che quel ragionamento guida nel suo incedere. Se un limite comunque al contributo si vuole riconoscere, questo di certo va identificato, come già sottolineato, nell’evidente trascuratezza – chissà quanto intenzionalmente voluta -dimostrata da Humphrey nei confronti del valore dei significati personali, riflesso dell’ontogenesi individuale, che muovono all’agito suicidario. Il loro contributo nel plasmare l’esperienza percepita del dolore, condizionandone il grado di maggiore o minore tollerabilità, è ineludibile quando si voglia riflettere su un tema così pregnante come l’auto-eutanasia, e in ogni caso quando alla comprensione dell’esperienza umana tutta ci si rivolga. Perché, come d’altronde lo stesso autore a più riprese ribadisce, è nello sviluppo della coscienza che si colloca l’autentica specificità dell’uomo, che, secondo le parole dell’autore, “… gli permette di elevarsi al di sopra della biologia…”, e di certo uno degli aspetti che alla coscienza rimandano è la costruzione e l’organizzazione della conoscenza di sé in relazione con il mondo, soprattutto interpersonale.

20 Giugno 2023

Cristiano Ardovini
Psichiatra, Psicoterapeuta, ARPAS Roma

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Humphrey, N. (2011) Soul dust. The magic of consciousness Princeton University Press Tr. it. Polvere d’anima. La magia della coscienza, Codice Edizioni 2013
  • Humphrey, N. (2022) Sentience. The invention of consciousness” Oxford University Press
  • Liotti, G., Fassone, G, Monticelli F. (2017) L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali. Teoria, ricerca, clinica Raffaello Cortina Editore

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