Il paradosso dell’efficacia in psicoterapia: comprensibilità interpretativa vs complessità esperenziale (di Simone Cheli)

In un recente articolo uscito su Systems un gruppo di ricercatori italiani (de Felice et al., 2019) ha cercato di trovare una quadra tra due dimensioni che assillano ricercatori e clinici sin dalla fondazione della psicoterapia: come bilanciano la necessità di una comprensibilità interpretativa che dovremo condividere con utenti e colleghi con la complessità esperienziale dell’interazione tra paziente e terapeuta?

Per chi si occupa sia di ricerca che di clinica questo paradosso apparentemente teorico ha infinite declinazioni operative e contrastanti implicazioni. Se in particolare afferite alla cornice cognitivista, sarete perennemente nel dilemma decisionale tra la praticità di procedure di inquadramento come l’ABC o le numerose schede comportamentali (Clark & Beck, 2016) e complesse concettualizzazioni psicopatologiche sul funzionamento del paziente (Dimaggio, Ottavi, Popolo & Salvatore, 2019) e della relaziona terapeutica (Safran, 1990). Se ad esempio è innegabile come l’uso di processi e costrutti numericamente e concettualmente definiti come le 8 distorsioni cognitive facilitino sia il processo formativo dei terapeuti che la concettualizzazione condivisa con i pazienti, non possiamo certo pensare che l’efficacia di una terapia si esaurisca con queste procedure. E la tranquillità data da fattori semplici e monodimensionali contrasta con una relativa quota di varianza spiegata in genere assai minima. Spesso valutiamo estensivamente le relazioni tra variabili di basso ordine, tralasciando totalmente quelle di maggiore complessità secondo principi di parsimonia o minimizzazione del rischio. Se ho un paziente con una tioidite di Ashimoto a cui conseguono spesso alterazioni del peso, valutare nel dettaglio l’aderenza ad una dieta ipocalorica è sì facilmente controllabile sperimentalmente ma del tutto marginale rispetto al funzionamento tiroideo. Pur non volendo banalizzare i fondamentali contributi di molti studi di efficacia esistenti, si ha spesso l’impressione che visto che si presuppone un numero elevato di variabili confondenti si opti sempre per approcci analitici (invece che complessi) e dunque focalizzati su limitate componenti (invece che sull’esperienza nel suo insieme). Caso evidente ed emblematico è la continua querelle dentro e fuori il cognitivismo clinico sulla possibilità di studiare e “manipolare” sperimentalmente la relazione terapeutica (Wampold, 2013). I colleghi italiani hanno cercato ad esempio di uscire da questo impasse valutando le interazioni terapeuta-paziente non come serie temporale di unità discrete, quanto piuttosto prendendo in esame alcuni descrittori di variabilità dei dati nell’andamento della serie temporale (de Felice et al., 2019). Per quanto il loro modello non sia definitivo e ci auspichiamo che venga implementato, utilizzando anche altre forme di analisi (es. network analysis), la direzione indicata è sicuramente quella auspicabile.

La scienza della complessità nasce e si fonda su studi rigorosi di modelli lineari, dove da un lato si sono costruite le nuove basi metodologiche e dall’altro si è ravvisato i limiti esplicativi di tali modelli. Il paradigma newtoniano su cui si fondavano i modelli lineari è risultato fallimentare a partire dall’inizio del ‘900. La complessità dunque viene definita come una proprietà evidente dei sistemi reali che si manifesta nell’impossibilità da parte dei formalismi lineari di descrivere tali sistemi nella loro interezza. All’interno di questa prospettiva una procedura di assessment (rivolta ad un sistema complesso come una nicchia ecologica o come una relazione terapeutica) si fonda sulla comprensione delle relazioni esistenti tra le proprietà emergenti del sistema e l’inestricabile interconnessione delle parti che lo compongono. Pertanto l’inquadramento di una relazione terapeutica deve far emergere per definizione la sua unicità, piuttosto che l’irraggiungibile aderenza ad un modello astratto costruito a priori (Cheli, 2018).

Simone Cheli – Centro di Psicologia e Psicoterapia, Tages Onlus, Firenze (simone.cheli@tagesonlus.org)

Bibliografia

Cheli, S. (2018). La Personalizzazione in Psicoterapia Parte 1: Modelli di Riferimento [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2018/03/17/personalizzazione-1/

Clark, D.A., & Beck, A.T. (2016). Il Manuale dell’Ansia e delle Preoccupazioni. La Soluzione Cognitivo Comportamentale. Roma: Positive Press.

Dimaggio, G., Ottavi, P., Popolo, R., & Salvatore, G. (2019). Corpo, Immaginazione e Cambiamento. Terapia Metacognitiva Interpersonale. Milano: Raffaello Cortina.

Felice, G.D.; Orsucci, F.F.; Scozzari, A.; Gelo, O.; Serafini, G.; Andreassi, S.; Vegni, N.; Paoloni, G.; Lagetto, G.; Mergenthaler, E.; Giuliani, A. What Differentiates Poor and Good Outcome Psychotherapy? A Statistical-Mechanics-Inspired Approach to Psychotherapy Research. Systems 2019, 7, 22.

Safran, J. D. (1990). Towards a refinement of Cognitive Therapy in light of interpersonal theory I: Theory. Clinical Psychology Review, 10, 87-105.

Wampold, B. E. (2013). The Great Psychotherapy Debate: Models, Methods, and Findings. Londra: Routledge.

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