Film: BUIO, regia di Emanuela Rossi, 2020 (recensione di Liuva Capezzani)

“Buio” è l’opera prima di Emanuela Rossi.

Sceneggiato dalla stessa regista insieme al produttore Claudio Corbucci, ha tra i suoi interpreti Denise Tantucci (Tre Piani), Valerio Binasco (La guerra è finita), Gaia Bocci, Olimpia Tosatto, Elettra Mallaby e Francesco Genovese, giovanissimi debuttanti assoluti.

Ne avevo sentito parlare come un film d’autore, un film che appartiene al genere – o dei generi, favola femminista, sci-fi ambientalista, come un thriller simil-horror e anche profetico.

Certo, il titolo è d’impatto e spiazzante. Indica qualcosa di oscuro e tenebroso. Evoca corrispettive paure ancestrali e archetipiche dell’ignoto, il senso di immobilità e disorientamento spazio-temporale. Nel contempo però rimanda al suo contrario. L’assenza di luce evoca la luce, ne determina la sua pre-esistenza, rimanda quasi alla sua attesa di esperienza intrauterina, nutre il desiderio istintivo di emersione da una dimensione costrittiva a uno spazio infinito, -simile a quello che le stelle occupano quando vengono osservate all’aria aperta.

Lo spettatore che, suggestionato dal titolo, si attenda di seguire un film oscuro, avrà invece sin da subito il privilegio di accedere a una storia segreta, non ordinaria eppure contemporanea, di entrare e illuminarsi nel buio inenarrabile di una famiglia, di partecipare al non banale processo di trasformazione delle protagoniste con emozioni limpide di tenerezza e fiducia.

La storia è una storia di resilienza, liberazione e libertà.

Non è un caso che il film inizi con una nudità sotto un cono di cielo, né che le tre protagoniste, tre sorelle di 4, 11, 17 anni, si chiamino esattamente Aria, Luce e Stella, tre elementi naturali imprescindibili alla vita.

Aria, Luce, Stella, vivono però in casa al buio, resistono a un padre padrone che le ha recluse. Fuori forse, il mondo, l’aria, la luce, i cieli, sono contaminati, la minaccia è che se mai esponessero i propri corpi, all’aria, alla luce, alle stelle, quei corpi verrebbero contagiati e morirebbero. Il portone di casa è un confine da non superare, attraversato solo da un tunnel di plastica che collega l’interno all’esterno dell’abitazione, quasi come un cordone ombelicale da non tagliare. Solo i maschi possono uscire. Solo il padre può procacciare da mangiare, sfidando con tuta mimetica e maschera antigas le avversità esterne. Invece di spiegare alle figlie la ragione per cui solo ai maschi sia permesso di affrontare certe minacce, il padre, facendosi portavoce di una sottocultura sessista sacro-patriarcale, afferma che le donne sono troppo deboli per stare fuori, che è il diavolo a tentare la loro voglia di uscire, che le donne non temono Dio – ma dovrebbero, che dovrebbero pregare, cercare di capire, “ma fanno come vogliono loro, come la mamma”. Ovvero come la Natura creatrice indomabile.

La prima a ribellarsi è la più piccola, Aria, che sulla violenza del padre matura un mutismo selettivo. Ci riesce per spinta naturale istintiva, richiamata da una coda di vento e luce. La seconda è Stella, la più grande, la più ambiziosa, la più romantica e forse sognatrice. Il suo percorso è più tortuoso, l’unica delle tre sorelle che conosce e custodisce la verità su sua madre e suo padre. E’ una sopravvissuta di accudimento invertito, identificandosi di più con la madre ma dovendo mediare tra padre e madre un’integrazione impossibile delle loro migliori rappresentazioni genitoriali. Stella si occupa delle sorelle minori e del padre, e tuttavia col padre non ha mai colluso, pur sentendosene tradita. Al tradimento e alla frustrazione d’amore reagisce come reagiscono tanti adolescenti, con l’automutilazione. Un atto che la svincola definitivamente dal padre e dalla madre. Stella è il desiderio, ma ne rappresenta anche la sua negazione, l’incertezza della sua realizzazione. Sfida la vita e la morte in assenza del bene e del male. Si sostituisce al padre, a procacciare cibo, a esplorare timidamente l’ignoto, altre dimensioni di gruppo e figure maschili. Quasi rischia di diventare essa stessa una matriarca. La terza e ultima a ribellarsi è la seconda, Luce. Suggestionata dal padre che la preferisce alle sorelle ma la definisce “pappamolle”, invischiata quindi nella contrastata dinamica di separazione dal padre, fa fatica a crescere in altezza e trova la sua prima strategia di sopravvivenza nel desiderio di diventare come un maschio, ovvero di identificarsi prima o poi col padre. Eppure le toccherà diventare donna e le toccherà apprendere dalle parole di Stella, intenta a proteggerla dalle seduzioni del padre, che non si muore a essere donne invece che maschi, ma anche che diventare donne può diventare una malattia, un pericolo per gli uomini. Lo spettatore apprende che per salvare gli uomini e salvare se stesse le donne devono mantenere una certa distanza da certi uomini violenti e al contempo seduttivi. Un po’ come ai giorni nostri di quarantena, dove la sicurezza è nella giusta distanza. E così anche Luce, prima tanto invischiata dal padre, ora saprà scegliere tra il padre e la sorella Stella. Sceglierà l’attaccamento e riferimento più sicuro per la sua salvezza, cioè Stella, – il desiderio, l’ispirazione, la fiducia, – il rispetto per lei, la verità non detta che è in lei.

Il processo di maturazione delle ragazze avviene per resistenza. La loro liberazione non è però come un parto, non è un colpo di scena, né un deus ex-machina. Non si realizza in senso tutto o nulla. Una volta assaggiata la libertà, la libertà può essere pesante da portarsi in spalla e trasferire, necessita uno svuotamento dei carichi, i carrelli della spesa vanno dimezzati all’essenziale. La libertà implica rinuncia, scetticismo, ulteriore resistenza. Crea certamente paura, dubbio, ripensamento, prudenza, l’illusione di convertire il carnefice.

Tra l’altro le fantasie e le paure a un certo punto si concretizzano: e la Natura ad un certo punto farà un bel ruggito… A testimonianza che la Natura esiste, e il patriarcato, con la sua ansia predatoria, non può sempre comprimerla…

La liberazione, quando è definitivamente affermata, è davvero un’Apocalisse da cui non si torna più indietro.

Il film, anche se ben caratterizzato nel ritrarre i profili psicologici dei protagonisti, non è un film psicologico, non è un film sulla violenza domestica e le sue figure rappresentative, né un film sul femminicidio, o sul femminismo e la liberazione dei corpi. Non è un film nemmeno ambientalista o sulla quarantena in sé. Trovo che non sia nemmeno horror: si penetra nella vicenda con vigilanza, con tensione, ma non vorresti mai alzarti e andartene, come invece succede quando la pellicola strizza lo stomaco e ti fa chiudere gli occhi.

Tutto è d’ispirazione ma niente di tutto ciò sembra veramente stare nel cuore narrativo del film. Ciò che colpisce è la sensazione di camminare in punta di piedi accanto alle tre sorelle, di essere trasportati dalla tenerezza del dialogo buono e della collaborazione che intercorre tra di loro.

Ed è un film sulla resilienza e la resistenza all’oppressione. Vince chi ha immaginazione, fantasia, chi ha desideri da condividere, chi si mantiene attivo fisicamente anche col poco spazio che ha a disposizione. E’ un film profetico in questo senso, perché sembra aver anticipato ciò che nei giorni di quarantena COVID abbiamo dovuto tutti noi riformulare e riorientare in spazi forzati, a costo di sacrifici e frustrazioni.

E’ soprattutto un film sulla sorellanza, sulla consapevolezza condivisa che nessuna libertà è acquisita per l’esempio di qualcun altro, ma ognuno ha il suo tempo per mediare tra minacce interne ed esterne al proprio habitat, il macrocosmo e il microcosmo si affrontano nell’alleanza delle persone che condividono stessi universali e particolari destini. Un film leale dove Caino non tradisce Abele.

E’ un film formativo, soprattutto per i più giovani, ma non solo per quelli di oggi. E’ un film attuale e profetico ma anche transtemporale. Poteva essere d’ispirazione  anche un secolo fa. La violenza domestica è sempre esistita, i conflitti tra fratelli che si dividono il potere sui genitori è sempre esistito.  “Buio” rende magistralmente questa cross-temporalità e trans-generazionalità delle qualità delle relazioni intrafamiliari attraverso i costumi dei protagonisti che appartengono al genere degli anni ‘50, ‘70, ‘80, ‘90. O attraverso la colonna sonora, che anch’essa va dal classico, al pop, e all’hip-op. Magistrale è che sia ambientato nel 2018, ma se non fosse per un dettaglio a inizio pellicola, una scritta su una parete, lo spettatore non se ne accorgerebbe. Il film è stato girato in un castello torinese fuori dal centro città, le luci basse scure o soffuse delle candele che illuminano le stanze del castello, fanno pensare a tratti che la storia si sviluppi nei primi del ‘900. Anche se dei neon ci dovrebbero far sospettare qualcosa. Solo quando Stella si affaccerà agli snodi della superstrada che conduce al centro commerciale ci si rende conto che la storia è dei giorni nostri.

Attuale, difficile, ma piena ancora di desideri, di rinascite e di liberazioni.

Consiglio di vedere il film anche per apprezzarne la straordinaria interpretazione di tutti i protagonisti.

Liuva Capezzani,

Psicologa, psicoterapeuta cognitivo- comportamentale e EMDR

Buio: Ha vinto il Premio Raffaella Fioretta per il Cinema Italiano ad Alice nella Città 2019, è stato presentato in concorso al Tallinn Black Nights Film Festival 2019, al Festival Univercinè Italien di Nantes 2020, dove ha vinto il Prix des Lycéens. Realizzato con il contributo del POR FESR Piemonte 2014-2020 – Azione III.3c.1.2 – bando “Piemonte Film TV Fund” e con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte. E’ prodotto dalla Courier film.

Buio è attualmente disponibile in streaming sulla piattaforma Mymovies, fino al 21 maggio

https://www.mymovies.it/live/artex/buio/

 

 

 

 

 

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