A.I. RISING. IL FUTURO E’ ADESSO, regia di Lazar Bodroza, 2018 (recensione di Massimo De Franceschi)

Film: A.I. RISING. IL FUTURO E’ ADESSO, regia di Lazar Bodroza, 2018
(recensione di Massimo De Franceschi)

SESSO, FANTASCIENZA E RAPPORTO DI COPPIA
Forse tra i tanti generi letterari e quindi anche cinematografici, la fantascienza è particolarmente adatta ad approfondire tematiche relative all’umano. Come quando guardando una stella stiamo guardando il suo passato, visto che la sua luce è partita tanto tempo prima della nostra visione, così nei bei film di fantascienza guardando il futuro guardiamo in realtà in profondità dentro di noi. La possibilità di poter far a meno di alcune strutture usuali o di usufruire di strumentazioni tecnologiche ancora tutte da scoprire e l’immaginare società distopiche o utopiche, rendono alcuni film di fantascienza particolarmente potenti e chiari nell’indagare i quesiti esistenziali e psicologici dell’essere umano. Ognuno di noi avrà in mente film che ci hanno segnato in questo senso, 2001 Odissea nello spazio o Blade Runner, tanto per citare i più conosciuti. A.I. rising non è sicuramente all’altezza di questi, ma nemmeno merita le numerose recensioni che lo indicano come film mediocre e semplicemente “pruriginoso” (numerose sono le scene di nudo, di rapporti sessuali e l’attrice protagonista è una – ex? – attrice porno).

Disponibile sulla piattaforma Amazon Prime, A.I. rising (film serbo di Lazar Bodroza del 2018) prende a prestito il genere fantascientifico per sviluppare alcune riflessioni e per dare ancora più numerose sollecitazioni sul tema del rapporto di coppia. Del classico film holliwoodiano ha ben poco: poche e semplici scene di galleggiamento nello spazio, ambientazione e tecnologia in secondo piano (basti pensare all’assoluta essenzialità della strumentazione dell’astronave – sembra più l’antro di una qualche caverna preistorica) effetti speciali quasi inesistenti… La forza del film è tutta nei dialoghi, emozionanti e profondi, nella semplicità del linguaggio e nelle scene, sapientemente dosate da scelte fotografiche che rimandano all’interiorità dei personaggi e dei temi invece che all’immensità dell’esterno (perfino il vetro che separa lo spazio esterno dalla zona letto dell’astronave è opaco per impedire allo spettatore di distrarsi contemplando il cielo stellato). Certo, la lentezza della narrazione e la ripetitività (spesso più apparente che reale) del film potrebbero rendere la visione ostica a chi è abituato a lungometraggi tipo Gravity, ma supera di gran lunga quest’ultimo nelle riflessioni intorno alle dinamiche che si sviluppano in una coppia (compito non difficile, visto che in Gravity tutto ruotava sugli attori famosi e sugli effetti speciali, non certo sulla trama o sulle riflessioni filosofiche).

Il film inizia con l’astronauta, Milutin, scelto per una missione verso ad Alpha Centaury (il sistema solare che sembra avere un pianeta ospitale alla vita più vicino a noi, metafora di un altro modo di vivere o di quei ‘sistemi solari’ particolari che sono le altre persone) a colloquio con un ‘ingegnere sociale’ incaricato di valutare la sua idoneità agli obiettivi del volo (ingegnere sociale e non ‘psicologo’ in quanto la dimensione sociale è l’unica riconosciuta dall’ideologia dominante). Durante il colloquio scopriamo che Milutin ha guadagnato molti crediti per aver riportato la corretta ideologia socialista su Marte in occasione di una rivolta. E infatti è in un futuro dove il socialismo domina, ma dietro il quale scorgiamo interessi economici e di potere, classicamente capitalistici, l’ambientazione ‘distale’ del film (scelta che ha che fare sicuramente con la storia del paese del regista, ma che rimanda ad un’ideologia che vede nella sola soddisfazione dei bisogni materiali il motore della storia). L’astronauta si presenta come introverso, solitario e cita come sua più grande paura il fatto che, una volta arrivato su un pianeta, potrebbe scoprire che le ideologie che trasporta potrebbero “non essere più valide”.

Quante volte, in questi tempi di così rapidi e radicali cambiamenti, abbiamo avuto anche noi la stessa impressione, venata appunto di paura: davanti a eventi della vita personale, lavorativa o davanti a scelte e affermazioni di altri esseri umani ci siamo chiesti se il nostro modo di pensare e di essere, quello su cui abbiamo basato più o meno consapevolmente la nostra vita, non fosse in realtà ormai superato, sorpassato, retaggio di un mondo che non esiste più? Nel campo dei legami di coppia, chi di noi non ha sentito quella strana sensazione di smarrimento trovandosi davanti all’altro portatore di concezioni dell’amore che non condividiamo o a situazioni fino a poco tempo fa insostenibili: coppie aperte, poliamori, interpretazione delle relazioni in chiave di mercato, proposta della teoria di una superiorità intrinseca della vita da single, ecc. A volte sembra di rintracciare nella diversità delle ‘novità’ intorno alla coppia proprio quel timore di essere feriti di cui parla l’astronauta: L’intimità è pericolosa per sé e per gli altri, dice all’ingegnere che gli sta davanti. La sfiducia nella tenuta del legame e la conseguente pericolosità dell’altro in quanto capace di ferirci in proporzione al grado di intimità raggiunto (Non c’è persona al mondo che ti conosca meglio di me, dice Nimani, la compagna di viaggio di Milutin, E’ il motivo per cui ti è stato facile ferirmi è la sua risposta verso la metà del film) sembrerebbe essere il motivo profondo che a volte si scorge dietro queste forme ‘nuove’ di amore. E ancora: Le relazioni rendono ossessivi e insicuri obietta Milutin all’ingegnere che gli comunica che come compagna di viaggio avrà un cyborg, Nimani il suo nome, modellato secondo le sue esigenze più profonde (nella traduzione si utilizza il termine cyborg che però è errato in quanto Nimani non è un umano a cui sono state impiantate protesi fisiche o cerebrali, è più corretto chiamarlo androide).

L’androide farà tutto quello che le verrà richiesto, con il solo vincolo delle tre leggi di Asimov, che gli appassionati di fantascienza ben conoscono. Nimani è in grado di esprimere 500 modelli di comportamento (molto al di sopra di quelli che esprimiamo noi durante la vita comune) tutti eseguibili a comando attraverso un tablet. E, non essendo una persona vera, non sarà in grado di ferire l’astronauta. Ecco la grande suggestione, ecco la fonte di tutte le fantasie di coppia, ecco la “l’intesa perfetta”: uno comanda l’altro, già modellato secondo i nostri gusti, senza neanche gli “orpelli” della morale. Confessiamolo: quante volte abbiamo pensato quanto sarebbe bello se il nostro partner eseguisse ogni nostro comando, si piegasse ad ogni nostro capriccio, non vivesse che per noi e non avesse che il solo obiettivo di servirci? Meglio di una schiava, perché non essendo davvero “viva”…

Il viaggio spaziale inizia e dopo 19 giorni, sebbene scettico della verosimiglianza di Nimani come donna, Milutin l’attiva: inizia la descrizione del rapporto tra i due, il vero centro del film. Un susseguirsi di attivazioni della modalità “sesso”, ben dettagliate, con sporadiche apparizioni delle altre modalità (“conversazione”, “intimità”, ecc.) caratterizzano questa parte del film. Lo scegliere un’attrice porno è probabilmente dovuto alla necessità di un’assoluta naturalezza indispensabile in queste scene. I giorni passano e tra i due sembra che vada tutto bene: Milutin comanda e Nimani esegue con piacere di entrambi (in tutti sensi). Ma ecco, non passa molto tempo, che ascoltiamo alcune sorprendenti dichiarazioni che l’astronauta registra sul diario di bordo dell’astronave: “Hai la sensazione di non meritare quello che ti concede… una relazione non può esistere senza nemmeno un rifiuto o un litigio”. Ciò che manca nella relazione tra i due è la reciprocità, la cooperazione libera, vera croce e delizia di tutti i legami di coppia: non c’è coppia se non si è diversi in un rapporto paritario. Solo l’essere diversi assicura di essere in tre (vera cifra dell’essere coppia): uno, l’altro e la relazione (anzi per essere precisi è necessario anche un quarto che venga escluso dalla triade). Ma cosa ha portato l’astronauta a sentire la mancanza di quell’elemento (la libertà, la diversa volontà) la cui assenza avrebbe dovuto portare alla piena soddisfazione dell’essere umano? Io credo che il film suggerisca che siano stati i rapporti sessuali, l’attivazione ripetuta, piena e profonda di quel particolare modo di stare insieme a un’altra persona ad aver fatto toccare con mano a Milutin la parzialità del rapporto. Se prendiamo a prestito la teoria triarchica dell’amore delineata da Sternberg possiamo dire che l’impegno e l’intimità sono stati trascinati nel rapporto proprio dalla passione sessuale.

Dopo secoli in cui la strada maestra per l’amore è stata rappresentata dall’impegno preso soprattutto in vista di alleanze familiari e in base alla convenienza materiale (ciò non escludeva, comunque, che alla passione e all’intimità si arrivasse in seguito), dopo che nel periodo romantico era l’intimità la strada che la cultura indicava per l’entrata nella pienezza dell’amore, ora il film propone che anche l’esercizio della sessualità possa portare a una pienezza di rapporto, introducendo le altre due dimensioni citate (un altro film che si allinea a questo modo di pensare è Appuntamento con l’amore). Ma deve essere una sessualità vera, espressione di sé, espressione anche delle parti più oscure e profonde di noi; ecco perché il sesso fatto bene è sporco (cit. Woody Allen). E quanto oscure e profonde sono quelle parti di Milutin lo si vede quando violenta Nimani mentre non è nella modalità sesso, forse per cercare (in modo criminale, ma si può dire così quando ancora il rapporto non è caratterizzato dall’umanità?) un contatto più vero e imprevedibile con lei. Del resto siamo sicuri che trattare l’altro in modo pienamente umano e non come propaggine di noi caratterizzi solo alcune persone? Quelle che la psichiatria ama descrivere in alcuni disturbi di personalità?

Certo, l’infant research ci dice che il bambino riconosce l’altro da sé fin da subito, non attraversa nessuna fase “autistica”, ma non è che tutti noi dobbiamo fare un percorso per riconoscere l’altro come avente davvero pari dignità e valore? Non è questo il tema di alcune vite? Non è, in sintesi, il percorso di uscita da quell’egocentrismo emotivo/affettivo, direi ‘cosmico’ (quello cognitivo sappiamo ora che termina molto prima di quanto pensasse Piaget), che ci caratterizza tutti e che ai nostri tempi la cultura consumistica amplifica a dismisura? Quello appena citato non è l’unico dubbio che attanaglia lo spettatore… Nimani, in uno dei suoi primi scambi cita il paradosso di Schrödinger e, per quello che ci riguarda, l’interrogativo sulla sopravvivenza del gatto (è vivo o morto? Anzi per la fisica delle particelle è contemporaneamente vivo e morto) è metafora dell’indeterminatezza rispetto ad alcune questioni centrali del film: Nimani è umana o no? Il rapporto tra i due è amore o no? L’androide, infatti, non segue passivamente i programmi installati, ma li adatta alle esperienze che fa con l’astronauta: a partire da una dotazione “innata” il comportamento, i processi mentali e (come scopriremo) le emozioni assumono conformazioni uniche.

Proprio come succede a noi umani, Nimani è plasmata dalle esperienze condivise. In poco tempo le modalità relazionali tra i due si diversificano: li vediamo competere su un videogioco, il sesso diventa più intimo e attento… In una scena l’androide porta la mano di Milutin a scegliere la modalità di attivazione preferita; poco prima l’astronauta aveva dichiarato al diario di bordo di aver percepito, in un’altra situazione, in Nimani una preferenza verso una modalità di attivazione a seguito di un litigio acceso (durante il quale per la prima volta lui la percepisce come umana): il decidere di non procedere in modalità relazionali verso cui spontaneamente propendiamo e sceglierne altre è, secondo alcuni, l’evidenza massima della libertà e della coscienza umana. La sedimentazione del percorso filogenetico nel genoma umano porterebbe, per esempio, a rispondere con l’attivazione del nostro sistema motivazionale agonistico a una uguale attivazione dell’interlocutore. Ma se, con sforzo, e con l’esperienza conseguente ad una disciplinata padronanza di sé, volontariamente attiviamo quello cooperativo stiamo assistendo a quel fenomeno misterioso che la tradizione filosofica occidentale ha, appunto, chiamato libertà. Galvanizzato da questi barlumi di autonomia decisionale di Nimani, cercando un rapporto Io-Tu dove prima imperava l’Io-Esso, Milutin decide di eliminare il software di base della ditta che ha costruito l’androide, lasciandole tutto quello che è il frutto dei loro incontri: liberandola crede di spalancare le porte all’amore completamente umano. Ma lei, stranamente, sembra continuare ad avere L’Ederlazi Corporation, la compagnia che l’ha costruita e che ha programmato il viaggio, più importante (sembra anche più di prima) di Milutin. L’astronauta si sente tradito, trattato ingiustamente, sperimenta il profondo dolore di un amore infranto ed entra in una fase depressiva (vengono citati anche i test di Zung e Beck). Ma l’androide ha solo fatto ciò che tutti noi facciamo quando siamo in difficoltà perché cambiano i contesti e le coordinate della nostra vita: ci aggrappiamo a quegli schemi mentali che fino a poco prima ci rendevano sicuri e rendevano l’esistenza prevedibile. Il nuovo ci fa paura, anche se è positivo e carico di possibilità di crescita, la libertà ci sgomenta, l’amore ci spaventa (“Niente più sesso tra noi” dice Nimani).

Il rapporto tra i due apparentemente si affievolisce, ma Nimani pian piano si espone al dolore che questa distanza ha portato all’astronauta (come anche si espone nuda alla luce del sole per sentirsi viva), propone una modalità amichevole di rapporto che viene dall’altro rifiutata, si colpevolizza arrivando a ritenersi il trauma che genera il preoccupante stato depressivo di Milutin e arriva per prima a pensare e poi a mettere in pratica il gestro estremo del sacrificio della vita. Intende interrompere la sua esistenza per ridare vitalità al suo compagno di viaggio. Mette in atto il suo intento, ma Milutin, accortosi della veridicità e spontaneità delle lacrime versate per lui da Nimani la salva esponendo se stesso a grave rischio. Il film termina con una scena che richiama La Pietà di Michelangelo e lo spettatore non è certo della morte dell’astronauta. Le scene finali sembrano rivelare che la tesi del regista sull’umanità e sull’amore consista nell’essere disposti a perdere la vita per amore dell’altro: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15, 12-17). L’umanità di entrambi i protagonisti si dimostrerebbe proprio nella scelta volontaria e non automatica del sacrificio della propria vita. Sacrificio verso un non parente, sacrificio che non avvantaggia nessuna prole (al contrario dei diversi esempi noti all’etologia – vedi il comportamento dell’ala spezzata), come in questo caso. Totalmente gratuito. Questa tesi contraddice altre visioni dell’essere umano, sempre presenti in recenti film di fantascienza; per esempio in Ex machin’ sembrerebbe la menzogna per perseguire un proprio scopo ciò che certifica l’umanità dell’androide. In questo film, infatti, l’androide finge di amare un umano, che si innamora veramente di lui, per scappare dalla sua prigione. Tornando al nostro film dobbiamo riconoscere che, certo, a noi non è chiesto il sacrificio della vita, ma in un rapporto di coppia funzionante non dobbiamo accettare di far morire alcune parti di noi per lasciare spazio, dare la vita, ad altrettante parti dell’altro?

A questo punto possiamo tentare un’interpretazione non convenzionale del titolo del film: non si parla tanto di intelligenza (sinonimo di umanità) aumentata, quella dell’androide, quanto di una proposta che rappresenta una ‘ribellione’, una ‘rivolta’ rispetto a una visione poco profonda dell’amore molto diffusa in questo momento storico. Ribellione che, come suggerisce il sottotitolo italiano, si può attuare anche adesso. In definitiva A.I rising è molto stimolante per indagare quel ‘mistero grande’ che è l’amore umano e, coraggiosamente, ne propone una sua visione tradizionale, impegnativa e altissima.

Massimo De Franceschi, Psicologo Psicoterapeuta

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