Alcide Pierantozzi: Lo sbilico. Einaudi Supercoralli, Torino 2025. pp. 240, € 19,50. ISBN 9788806266448
Ci sono libri che uno psichiatra dovrebbe leggere. Non perché parlino di psichiatria, né perché insegnino qualcosa che non si trovi già nei manuali, ma perché raccontano ciò che nei manuali, inevitabilmente, non può esserci: che cosa significa vivere dall’interno un’esperienza che noi siamo abituati a osservare, descrivere, classificare e curare dall’esterno.
Lo sbilico, di Alcide Pierantozzi (vincitore del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo 2026, della prima edizione del Premio Strega Deutschland 2026, finalista al Premio Strega 2026), è uno di questi libri. E credo che dovrebbero leggerlo non soltanto gli psichiatri, ma gli psicologi, gli psicoterapeuti e, più in generale, tutti coloro che si occupano di salute mentale. Forse tutti i medici. E gli insegnanti.
Pierantozzi racconta in prima persona la propria storia e la propria esperienza di sofferenza psichica. Lo fa con una precisione linguistica sorprendente, quasi ossessiva – e questa ricerca della precisione verbale sembra intrecciarsi con la sua stessa condizione clinica –, come se le parole dovessero essere continuamente cercate, soppesate, talvolta persino inventate, perché quelle già disponibili non bastano a descrivere ciò che accade dentro di lui. A cominciare dal titolo: quello sbilico che non esiste, o almeno non esisteva prima che l’autore lo scegliesse, e che tuttavia sembra rendere perfettamente l’idea di una condizione di instabilità, di perdita dell’equilibrio, di una mente che continuamente rischia di inclinarsi da una parte o dall’altra.
Nel corso del libro apprendiamo che Pierantozzi ha ricevuto, tra le altre, una diagnosi di disturbo dello spettro autistico di livello 1. Ma Lo sbilico è molto più del racconto di una neurodivergenza. È anche, e forse soprattutto per noi clinici, la possibilità rara di assistere dall’interno alla comparsa e allo sviluppo di esperienze psicotiche: le interpretazioni della realtà, le dispercezioni, soprattutto visive, il progressivo modificarsi del rapporto con ciò che è reale e ciò che non lo è. E poi i farmaci: quelli (pochi) che funzionano (poco) e quelli che non funzionano (o che “fanno peggio”), gli effetti collaterali, la fatica di trovare una terapia che sia davvero adatta a quella persona e non semplicemente a quella diagnosi. Per la neurodivergenza autistica in quanto tale, infatti, non esiste di fatto una farmacoterapia evidence-based: i farmaci intervengono semmai su specifici sintomi o condizioni associate, e la scelta finisce spesso per procedere per tentativi ed errori, alla ricerca di un trattamento il più possibile personalizzato.
Noi psichiatri conosciamo i sintomi. Li abbiamo studiati, li riconosciamo, li cerchiamo durante un colloquio, li trasformiamo in criteri diagnostici e, quando possiamo, proviamo a trattarli. Ma sapere che cosa sia un’allucinazione non significa sapere che cosa significhi avere un’allucinazione. Conoscere gli effetti collaterali di un antipsicotico non significa necessariamente sapere che cosa voglia dire convivere quotidianamente con quegli effetti. E conoscere l’autismo non significa sapere che cosa significhi guardare il mondo attraverso quella particolare organizzazione dell’esperienza.
Da questo punto di vista Pierantozzi ci fa un regalo. Non sempre comodo, e forse proprio per questo ancora più prezioso.
Non è detto, infatti, che entrando nel mondo soggettivo di una persona si finisca per trovarla simpatica. L’empatia, lo sappiamo bene, non coincide con la simpatia, e Lo sbilico ce lo ricorda molto bene. Ci sono momenti nei quali il comportamento dell’autore può persino irritare il lettore. Colpisce, per esempio, il rapporto con il padre, che Pierantozzi chiama ironicamente il negazionista: un uomo che fatica ad accettare la realtà della malattia mentale del figlio ma che, nello stesso tempo, gli rimane accanto, lo accompagna ovunque, quasi fosse – è lo stesso fratello dell’autore a suggerirlo – un tassista personale. Eppure raramente, nel racconto, sembra affiorare nei suoi confronti un sentimento esplicito di gratitudine.
Comprendere qualcuno non significa idealizzarlo. E ascoltare davvero l’esperienza soggettiva di un paziente significa anche rinunciare alla necessità di renderlo più gradevole, più coerente o più facilmente comprensibile di quanto non sia.
Significa avvicinarlo senza giudizio, o meglio senza pre-giudizio, rinunciando per esempio a presupporre – più o meno sottilmente – che se davvero lo volesse potrebbe comportarsi diversamente, liberarsi volontariamente almeno di qualche sintomo. La cosa peggiore di avere una malattia mentale – ci ricorda Pierantozzi, citando Joker – è che le persone si aspettano che ti comporti come se non l’avessi.
C’è però un altro aspetto del libro che mi ha molto colpito.
Siamo abituati, soprattutto quando parliamo di neurodivergenze, a sottolinearne correttamente la componente neurobiologica e genetico-costituzionale. Il rischio, tuttavia, è talvolta quello di considerare quella condizione come qualcosa di dato una volta per tutte, quasi indipendente dalla storia nella quale quella particolare organizzazione neurobiologica viene poi a svilupparsi.
Pierantozzi non fa questa riflessione. È importante dirlo. Non ci propone una teoria eziologica della propria sofferenza e non cerca nella propria storia familiare una spiegazione dei suoi disturbi. Racconta. E proprio perché si limita a raccontare, lascia al lettore – e forse soprattutto al lettore che si occupa professionalmente di salute mentale – una serie di domande alle quali sarebbe sbagliato pretendere di dare risposte certe.
La storia che emerge dalle pagine di Lo sbilico è infatti attraversata dalla paura, anzi da una paura senza sbocco (per citare Giovanni Liotti e i teorici dell’attaccamento disorganizzato), fin dalle sue origini.
Prima della nascita di Alcide, sua madre ha avuto un altro figlio, nato con gravissime malformazioni e morto dopo pochi giorni. Un’esperienza traumatica terrificante, devastante. Quando nasce Alcide, quella madre è ancora immersa nel lutto, spaventata e assorbita dalla propria sofferenza; nel racconto appare fredda, distante, a tratti poco disponibile emotivamente, e presenta essa stessa manifestazioni di rilevanza francamente clinica. La paura – e i suoi mostri – entra molto precocemente nella relazione tra il bambino Alcide e la sua principale figura di attaccamento. Una madre traumatizzata e spaventata può diventare, inevitabilmente e senza alcuna colpa, anche una madre che spaventa.
Per chi conosce la letteratura sull’attaccamento disorganizzato è difficile leggere alcune di queste pagine senza avvertirne l’eco (cfr. le riflessioni contenute in Ardovini, La Rosa, Onofri: Conversazioni con Giovanni Liotti su Trauma e Dissociazione, vol. 1 e vol. 2, ApertaMenteWeb).
E non è soltanto la relazione con la madre. Nella storia familiare raccontata da Pierantozzi compaiono episodi di violenza, racconti inquietanti, crudeltà verso gli animali, figure e situazioni nelle quali l’orrore e la paura sembrano tornare con una frequenza impressionante. E allora diventa difficile, leggendo le successive descrizioni di un mondo interno popolato da immagini spettrali, dispercezioni e presenze terrificanti, non farsi delle domande.
Ma, appunto, delle domande.
Sarebbe semplicistico – e scientificamente scorretto – concludere che quelle esperienze abbiano “causato” la psicosi di Pierantozzi. Altrettanto semplicistico sarebbe immaginare che senza quella storia egli non sarebbe stato autistico. Non lo sappiamo.
Possiamo però domandarci che cosa accada quando una particolare vulnerabilità neurobiologica incontra, fin dai primissimi anni di vita, un ambiente emotivo attraversato dal trauma e dalla paura. Possiamo chiederci quanto quella storia abbia contribuito alla forma che la sofferenza avrebbe successivamente assunto. E possiamo persino chiederci – senza avere alcuna possibilità di rispondere – come sarebbe stata la vita psichica di quel bambino se quella stessa neurodivergenza fosse cresciuta dentro una storia diversa.
Credo che sia proprio qui che Lo sbilico impartisca a noi clinici la sua lezione più importante. Una lezione di umiltà.
Pierantozzi non spiega la psicosi. La racconta. Anzi, in qualche modo, la fa sentire.
Noi possiamo riconoscere nelle sue pagine sintomi, vulnerabilità, fattori di rischio, dinamiche dell’attaccamento, effetti del trauma, risposte ai farmaci. Possiamo utilizzare tutte le categorie che la nostra disciplina ci mette a disposizione. Sono categorie indispensabili: senza di esse non potremmo lavorare.
Ma nessuna di esse esaurisce l’esperienza di una persona.
Forse è proprio questo che un libro come Lo sbilico può insegnare a chi trascorre la propria vita professionale occupandosi della sofferenza psichica: ricordarci che conoscere una diagnosi non significa ancora conoscere chi quella diagnosi la vive. E che talvolta, per comprendere davvero qualcosa in più, dobbiamo accettare di rimanere per un po’ nello spazio dello “sbilico”: quello nel quale le nostre conoscenze continuano a essere necessarie, ma le nostre certezze diventano un po’ meno solide.
E forse non è un male.
13 Agosto 2026
Antonio Onofri
Psichiatra, Direttore Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Training School di Roma, Jesi e Spoleto, Centro Clinico De Sanctis, Roma
Lo sbilico. Quello che i manuali non possono raccontare. è disponibile su Amazon cliccando qui. In qualità di Affiliato Amazon, ApertaMenteWeb riceve un guadagno dagli acquisti idonei, senza alcun sovrapprezzo per i lettori.

Commenti recenti