Serie TV  “DOC nelle tue mani” (recensione di Marco SCICCHITANO)

Setie TV: DOC, nelle tue mani. RAI, 2020
(recensione di Marco Scicchitano)

DOC – nelle tue mani, e la sintonizzazione

È da poco terminata la serie televisiva italiana di maggiore successo degli ultimi anni e, con la mia famiglia, l’abbiamo seguita interamente, radunati sul divano ogni giovedì sera, mangiando pop corn e divertendoci. “Doc – nelle tue mani” è una serie da vedere, godibilissima e per la quale vale la pensa scrivere una piccola recensione psicologica.
Anzitutto, parto dalla mia esperienza personale. Doc ci ha appassionato, è diventato un argomento condiviso da tutti noi, che aiuta a creare quella complicità che nelle relazioni familiari è tanto importante perché preludio di momenti di sintonizzazione. La sin-tonia, medesimo tono emotivo, è uno stato mentale condiviso fondamentale nello sviluppo delle abilità sociali e dell’intelligenza emotiva e fonte di gioia e serenità, che possiamo riconoscere nel calmarsi del bambino spaventato in braccio alla madre, che lo culla e lo calma con parole tenui e dolci, o anche nello sguardo di due amanti che si tengono per mano, occhi negli occhi e guancia sul cuscino. E la sintonizzazione è anche uno stato emotivo che travalica la relazione duale e può essere un esperienza di gruppo, come è la nostra famiglia che, proprio grazie a questa fiction, ha beneficiato di bei momenti di sintonizzazione. Ridiamo di gusto, prendiamo in giro chi di noi è più sentimentale durante le scene sentimentali, cantiamo le canzoni, commentiamo la storia e facciamo previsioni sull’andamento dei filoni narrativi, discutendone anche durante la settimana…è diventato uno spazio mentale, immaginario e narrativo condiviso da tutti…. avete presente quando ci si trova in due o più davanti allo specchio a lavarsi i denti? io per fare ridere il mio compare di lavandino, punto gli occhi allo specchio, stringo gli occhi e cerco di far sorgere un sorriso affermativo solare alla Luca Argentero…. ed effettivamente poi ottengo il risultato: faccio ridere. Ecco, un effetto così, da un programma massmediatico, nella nostra famiglia non c’era mai stato e bisogna riconoscere la qualità di questo prodotto realizzato in Italia dalla LuxVide e diffuso sul palinsesto RAI.

Al termine della prima serie, possiamo trarre qualche conclusione riflettuta e muovere una critica costruttiva in attesa della seconda serie, che speriamo arrivi presto. Partendo dall’ultima puntata, che dire? Bellissima ma il finale me lo sarei voluto gustare di più e mi è sembrato troppo rapido con la risoluzione della traccia narrativa corruzione/Satonal svolta con eccessiva rapidità, considerando quanto è stata importante, ma in ogni caso questo neo è un’inezia rispetto alla qualità espressa dalle riprese, dal ritmo, dalla bravura degli attori, dai costumi, dalla musica. Una riflessione più articolata vorrei dedicarla al tema dello sviluppo narrativo.

Sinteticamente, per me la serie avrebbe guadagnato se il Dott. Sandri, lo psichiatra, avesse avuto più spazio, togliendolo al sentimental drama. Infatti, le storie d’amore che sbocciano nelle varie puntate sono sempre travagliate, mai lineari, con continui smottamenti, accelerazioni, conversioni e anche quando, finalmente, sembra sia fatta e che Cupido abbia centrato….ecco che ti accorgi che no, ancora no. Povero Cupido, deve ancora darsi da fare e questo si può comprendere bene come espediente narrativo classico, utile per mantenere l’interesse alto. In psicologia è noto il principio percettivo per cui una gestalt non chiusa desta interesse e attesa di risoluzione e questo principio viene applicato tanto al Rorscharch, quanto alle nuvole nel cielo, è una linea guida che ispira anche gli sceneggiatori che inseriscono continui sospirati momenti conclusivi che, immediatamente dopo, vengono nuovamente rimessi in discussione.  Insieme alle vicende dei 2 casi clinici particolari presenti in ogni puntata e alla vita di Fanti, le love story sono le tracce che si snodano durante le ottime puntate che compongono questa prima serie. Eppure, a volte, certe promesse d’amore incompiute o sguardi che lasciano presagire un possibile scenario ancora aperto sono sembrati troppo calcati e utilizzati così spesso da renderli quasi attesi “tanto ora succede qualcosa” e pertanto meno incisivi. Inoltre, alcune puntate sembravano delegare il climax emotivo solo a questo espediente, togliendo forza ad altri aspetti.

Una storia d’amore per essere raccontata ha bisogno di avere asperità ed essere mai compiuta del tutto, tuttavia, ribadisco, sembra si sia utilizzato questo trigger attentivo troppo spesso, almeno in questa prima serie. Non è l’unico modo possibile di creare interesse e credo ci sia stato un filone aureo non abbastanza valorizzato a dovere: Sandri, appunto. Lo psichiatra Sandri, l’unico dei personaggi che stanno in cartellone a non avere storie d’amore. Sandri, e quello che rappresenta: la psiche. Una delle cose che ho più apprezzato sono stati i dialoghi, presenti soprattutto nelle prime puntate, tra Fanti, in cerca della propria identità, frastornato e in squilibrio e Sandri, che con amicizia sincera e risposte sintetiche cerca di sostenere il cammino dell’uomo nel tentativo di ritrovare se stesso. I dialoghi tra i due vanno dal clinico, al filosofico e allo psicologico, esprimendo la potenzialità che la rivelazione della profondità dei personaggi può dare. Lo scemare di questi dialoghi nel corso delle puntate e l’aumentare dell’utilizzo eccessivo del trigger “storia d’amore incompiuta”, sono una delle poche cose che non ho apprezzato. Tra l’altro, valorizzare ulteriormente la dimensione della psiche in ambiente ospedaliero sarebbe una ottima occasione per fare buona comunicazione su cosa fa la psicologia, come opera, e del valore che ha – nel complesso – per la salute della persona.

Va dato merito a LuxVide e agli sceneggiatori di aver inserito un personaggio proveniente dal campo della salute mentale, cosa credo rara se non unica nel campo delle medical fiction e proprio per aver avuto questa intuizione credo che sia possibile sfruttarla ulteriormente e in modo pionieristico. Infatti, dare maggiore spazio a Sandri, vorrebbe dire dare maggiore spazio alla dimensione profonda dei personaggi, alle loro storie passate e ai conflitti presenti, approfondire le piccole fragilità dei personaggi principali, magari vizi e fissazioni che li rendono più umani e possibili soggetti di identificazione, permetterebbe di avere diagnosi da prospettive insolite, che stuzzicherebbero il pubblico assuefatto alle malattie fisiologiche rare ed esotiche ma sempre attratto da riconoscere nei visi e nelle storie personali di fragilità, un po’ di quanto riconoscono in sé. Perché abbiamo tutti bisogno di sintonizzazione, di trovare agganci nei quali ritrovarci e ricostruire la nostra identità narrativa, un po’ come deve fare Fanti.

Ho un desiderio: che nella seconda serie a Sandri sia dato più spazio e Cupido sia fatto riposare un pò. Poveraccio, se no rischia di andare in burnout. Dare maggiore spazio a Sandri permetterebbe quindi di dare maggiore spazio al ruolo della salute mentale in ospedale, alla profondità e alla storia dei personaggi principali, a diagnosi cliniche maggiormente eterogenee per i pazienti e sarebbe un vincente cambio che permetterebbe di utilizzare una chiave d’accesso, una password speciale, “una cosa buona che fa male”, che a volte, proprio come Fanti, ci dimentichiamo, mentre è la capacità della mente umana che ci permette di sentirci uniti, di comprendere ed essere compresi, di essere sintonizzati. Qual è? Beh….. in una delle puntate viene svelato!

Marco Scicchitano
Psicologo, Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, Roma