SENTIMENTAL VALUE (recensione di Cecilia La Rosa)

Sentimental Value è uno di quei film che sembrano piccoli, ma che dentro hanno una quantità enorme di vita non detta.

Personalmente lo considero un lavoro maturo e dolorosamente vero.

Non è un melodramma. Non è un film “sui sentimenti”. È un film sulla difficoltà di sentire.

Parla di: padri emotivamente inaccessibili, figli che hanno imparato a non chiedere, amore che non sa trovare le parole, memoria che pesa più del presente.

La protagonista (Renate Reinsve) fa qualcosa di rarissimo: non mostra il dolore — lo trattiene. Come le persone traumatizzate vive una vita difficile, non riesce a costruire relazioni sane, pensa al suicidio senza realmente avere chiare le radici della sua sofferenza.

Il film è costruito tutto su: micro-reazioni, esitazioni, sguardi che si ritirano, parole che non arrivano. È il linguaggio tipico delle persone cresciute con figure affettive fredde o imprevedibili. Questo film può colpire molto chi ha vissuto freddezza affettiva, parla esattamente di freddezza come trauma lento: non la violenza, ma l’assenza, non il colpo, ma il vuoto.

Il padre del film non è “cattivo”, e’emotivamente non disponibile e questo è molto più destabilizzante. Il film mostra cosa succede quando impari a non aspettarti più niente per non soffrire e da adulto, scopri che quella rinuncia ti ha modellato.. E’ una summa dell’attaccamento evitante? Disorganizzato? Non so, non voglio mettere etichette vorrei tramettere le emozioni che mi ha dato.

Trier non offre riparazioni facili, non c’è il momento catartico hollywoodiano in cui tutto si sistema. C’è qualcosa di più vero: qualche gesto minimo, qualche parola diversa, una possibilità di contatto che forse c’è… ma non si sa se durerà, forse una speranza.

Un film lento, silenzioso, emotivamente potentissimo, profondamente psicologico, fatto per chi conosce la nostalgia di ciò che non ha avuto.

Recensione di Cecilia La Rosa – 02/02/2026

pubblicata anche su: corriere di roma

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