Regolazione e dis-regolazione emotiva (di Eleonora Pietropaoli)

1. LA REGOLAZIONE EMOTIVA: DEFINIZIONE, CARATTERISTICHE E FUNZIONI

Negli ultimi decenni la regolazione emotiva ha assunto progressivamente un ruolo centrale nell’interesse scientifico e clinico, sia per la sua responsabilità nella patogenesi e nel mantenimento dei disturbi psichici, sia per la funzione protettiva relativamente allo sviluppo di una psicopatologia di origine traumatica (Ciulla, Caretti, 2012).

In letteratura si contano numerose definizioni per descrivere il costrutto di regolazione emotiva e altrettante abilità che la caratterizzano. Considerando i diversi livelli e le modalità di espressione che vari autori attribuiscono alla regolazione delle emozioni, per Eisenberg et. al. (2004) è possibile considerarla come il “processo attraverso il quale sì da avvio, si mantengono, si evitano, si modulano o si cambiano sia la frequenza che l’intensità, la forma o la durata degli stati interni, ma anche gli obiettivi, i processi fisiologici e i correlati comportamentali delle emozioni, il tutto al fine di raggiungere i propri scopi”. Tale definizione implica che nel processo regolatorio siano interessati più sistemi complessi (fisiologico, cognitivo, attentivo, comportamentale e motivazionale…) che esulano dal semplice controllo o inibizione delle emozioni.

Ne consegue che l’individuo regolato è in grado di utilizzare le emozioni come segnali, come spinta all’azione e come strumenti per comunicare con gli altri. Egli possiede ad esempio, la capacità di leggere ed esprimere gli stati interni propri e altrui, di tollerare e accettare le emozioni negative, di coinvolgersi empaticamente nelle espressioni emotive degli altri (Saarni, 1999; Gratz e Roemer, 2004). E’ in grado inoltre di adottare strategie comportamentali flessibili per modulare e le proprie emozioni e avvicinarsi agli obiettivi personali anche nelle situazioni avverse. Di fatti la regolazione emotiva consente a chi è soggetto ad eventi stressanti o minacciosi di modulare le reazioni abnormi o disadattive in termini di intensità e durata; ri-focalizzare la propria attenzione sugli elementi ambientali salienti in presenza di emozioni molto intense; organizzare e coordinare i propri comportamenti in strategie atte a perseguire finalità esterne, indipendentemente dal proprio stato emotivo; utilizzare le emozioni positive per bilanciare e contenere stati negativi. Il padroneggiamento dei vissuti emotivi associati alle situazioni avverse rinforza il senso di autoefficacia, di stabilità e di sicurezza e favorisce lo sviluppo di un pensiero positivo.
Di rimando, il pensiero positivo orienta le risorse disponibili degli individui verso una regolazione più attiva, che comprende tentativi di risolvere i problemi, ristrutturazione a livello cognitivo degli eventi, manifestazione delle emozioni e ricerca di un supporto sociale, piuttosto che verso una regolazione evitante, dove prevale l’autocritica, l’isolamento sociale e il disimpegno (Scheier, Weintraub, Carver, 1986). Nel suo insieme, la regolazione emotiva consente di costruire un senso di fiducia e padronanza che si costituisce come fattore di resilienza agli eventi sfavorevoli e allo sviluppo di psicopatologia psichiatrica. Essa facilita l’adattamento individuale e relazionale e promuove il rafforzamento del senso di stabilità e sicurezza.

2. SVILUPPO DELLA REGOLAZIONE EMOTIVA: L’EMISFERO DESTRO E LA RELAZIONE DIADICA DEL LEGAME DI ATTACCAMENTO

La regolazione emotiva di ogni individuo è costituita dalla combinazione di due processi: l’autoregolazione e la regolazione interpersonale o interattiva.
Il primo tipo corrisponde al sistema psico-biologicamente innato di regolazione dello stato di arousal . Tale concetto parte dal presupposto che ogni sistema vivente è caratterizzato dalla capacità di auto-organizzarsi e controllare il proprio livello di attivazione e l’espressività emozionale tramite l’attivazione di specifiche azioni (Beebe e Lachmann 2002). Nel bambino ad esempio si possono osservare strategie comportamentali quali il succhiarsi la mano, il distogliere lo sguardo oppure il gioco simbolico. Con l’avanzare dello sviluppo queste strategie regolatorie si articolano in procedure sempre più complesse fino all’uso, in età adulta, dell’immaginazione o del problem solving. Sebbene l’autoregolazione sia presente sin dalla nascita, essa viene modellata e amplificata all’interno della relazione diadica con il caregiver (Hofer, 1984).

La regolazione interpersonale consiste nella capacità di utilizzare la relazione con gli altri per modulare le proprie emozioni (Beebe e Lachmann, 2003). Sostanzialmente è l’effetto regolatorio che ogni individuo percepisce nell’ambito delle relazioni affettive significative e che si manifesta con la tendenza a ricercare supporto e confronto, rassicurazione e dialogo affettivo con altri.

I processi di Autoregolazione e Regolazione Interattiva si influenzano reciprocamente: in ogni interazione i partner sono influenzati dal proprio equilibrio interno e dai comportamenti dell’altro e viceversa (Thomas, Martin, 1976). Inizialmente il bambino si affida alla disponibilità emotiva della madre, la quale, fungendo da elemento regolatore esterno, ne modula gli stati di attivazione interna.

In seguito, il bambino apprende e interiorizza le modalità di regolazione del caregiver ed è in grado di esprimere e modulare le proprie emozioni in modo autonomo e lontano dalla sguardo dell’adulto.

In sintesi si può affermare che ogni individuo è predisposto ad autorergolarsi e ad interagire con l’altro per modulare lo stato emozionale.
In base alla “Teoria della regolazione affettiva” ( Schore, 2001) un funzionamento efficiente del Sé implica la capacità di oscillare naturalmente tra queste due modalità, a seconda del contesto relazionale.

Alcuni dati (Schore J., Schore A., 2008) suggeriscono che la relazione di attaccamento e nello specifico la qualità delle interazioni diadiche tra il bambino e le figure significative favoriscono o alterano la maturazione della corteccia orbito-frontale dell’emisfero destro deputato all’elaborazione e all’espressione delle emozioni (ma non solo) e al controllo dei processi di auto-regolazione e regolazione interpersonale.

La sintonizzazione del caregiver sui segnali emotivi del bambino e la sua tendenza a fornire risposte emozionali appropriate, creano le basi per apprendere la regolazione affettiva (Stern, 1995). Il genitore che è in grado di riflettere sulle esperienze emotive e rappresentarle verbalmente, da una parte, consente al figlio di iniziare a tollerare le tensioni e a utilizzare i propri affetti come segnali (Krystal, 1988), dall’altra, comunica al bambino che dietro ai suoi comportamenti ci sono stati mentali interni come i sentimenti e l’intenzionalità, favorendo lo sviluppo delle funzioni di mentalizzazione (Fonagy, Target, 1997; Gergely, Watson, 1996).
Si può quindi affermare che agendo sulla maturazione della corteccia-orbito frontale dell’emisfero destro, la qualità della relazione di attaccamento è di conseguenza il fondamento della regolazione affettiva.

3. TRAUMI RELAZIONALI PRECOCI E DIS-REGOLAZIONE EMOTIVA

La sintonizzazione affettiva tra il bambino e le figure di accudimento risulta fondamentale per uno maturazione adeguata della regolazione emotiva.
Al contrario, traumi precoci determinerebbero delle alterazioni anatomiche e funzionali a carico di vari aree dell’emisfero destro che sono responsabili della regolazione della vita emozionale, varie parti del sistema limbico, aree prefrontali e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene cioè l’asse della regolazione ormonale dello stress (in Hill, 2015).

I fallimenti negli stessi processi di sintonizzazione possono determinare un deficit nella capacità di riconoscere, modulare, elaborare e gestire efficacemente gli stati emotivi e i processi comportamentali ad essi associati. Tale alterazione viene definita con il termine di dis-regolazione emotiva e può comprendere tutte quelle condizioni in cui l’individuo reagisce in maniera inadeguata rispetto alle situazioni o ai contesti sociali e interpersonali, e/o in modo inefficace rispetto agli obiettivi che intende perseguire (Gratz, Roemer, 2004; Putnam, Silk, 2005). La dis-regolazione può manifestarsi con una intensificazione o una disattivazione emozionale.

Nel primo caso, siamo in presenza di un discontrollo che si esplicita nella tendenza a percepire ed esprimere le emozioni in modalità travolgenti ed eccessivamente intense. Nel secondo, invece, si può osservare un appiattimento affettivo in risposta ad esperienze che normalmente dovrebbero comportare un’attivazione emotiva. Inoltre, i fallimenti nei processi di sintonizzazione nella relazione di attaccamento possono rappresentare un elemento di forte disturbo nello sviluppo delle funzioni metacognitive implicate nell’elaborazione simbolica dell’esperienza emozionale. In queste circostanze l’emozione tenderà ad essere vissuta come stato fisico diffuso piuttosto che diventare sentimento e consapevolezza, producendo stati frammentati e disorganizzati che non possono avere accesso ad una espressione verbale.

Ne consegue che l’individuo dis-regolato non sa riconoscere le emozioni proprie e altrui, non è in grado né di fronteggiarle né di saperle gestire, con numerose ripercussioni sulla qualità della vita individuale e interpersonale. Egli potrà manifestare la perdita di gradualità e fluidità nella transizione tra uno stato emotivo e l’altro; l’incapacità di esprimere le emozioni in modo flessibile al variare del contesto; l’inabilità di integrare stati emotivi differenti componendo un quadro complesso di emozioni diverse, a volte incompatibili. Inoltre possono verificarsi difficoltà a collegare le risposte emotive ai fattori che le hanno scatenate; auto-invalidazioni; tendenza agli agiti, comportamenti disfunzionali o di evitamento.

Deficit nella regolazione implicano problemi di autoregolazione, regolazione interpersonale o di entrambi i tipi.

Alla luce della teoria della Regolazione, Schore (2003, 2009) ipotizza che le rappresentazioni diadiche interattive di uno stato di sofferenza, di asincronia, di mancanza di sintonizzazione materna e di inadeguata responsività empatica si traducono in stati di dis-regolazione, disintegrazione delle rappresentazioni di sé e dall’altro e alterazione delle percezioni corporee. L’autore suggerisce che ciascun tipo di relazione insicura nel legame di attaccamento porta a distinte e specifiche carenze di regolazione come evidenziato anche negli studi sui pattern degli stili di attaccamento nella Strange Situation. Mentre i bambini sicuri tendono ad utilizzare con flessibilità sia l’autoregolazione che la regolazione interpersonale, gli evitanti mostrano una prevalenza di autoregolazione a discapito dell’interpersonale. In una posizione diametralmente opposta, i bambini con attaccamento ansioso-ambivalente tendono a prediligere l’uso esclusivo della regolazione interpersonale anche se viene attuata in una modalità inefficace a modulare le emozioni. Discorso a parte viene fatto per i bambini disorganizzati che mostrano un fallimento sia nelle strategie di autoregolazione che di regolazione interpersonale (Hill, 2015, p. 35).

In sintesi, le esperienze traumatiche precoci influenzano il normale processo di regolazione emotiva. I deficit nella regolazione che ne conseguono, a seconda del livello e dell’ intensità, implicano risposte distorte o caotiche allo stress, scarsa tolleranza emotiva, alterata valutazione della salienza emotiva, ridotta o scarsa capacità di tornare a stati emozionali regolati dopo una dis-regolazione. Gli individui con un attaccamento insicuro tendono quindi a soffrire di stati dis-regolati accompagnati da ipoarousal e iperarousal (Hill, 2015, p.142).

L’insieme di questi fattori impedisce all’individuo un adattamento flessibile al mondo interno ed esterno con una notevole compromissione del senso di sicurezza, autoefficacia e stabilità. Nelle persone soggette a traumi complessi l’ingaggio sociale e l’utilizzo delle relazioni interpersonali come forma di regolazione emotiva è limitato o danneggiato.

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