“Wuthering Heights” (recensione a cura di Cecilia La Rosa)

Sono andata a vedere Cime tempestose e invece era Cinquanta sfumature nelle brughiere…

Sono entrata in sala con un certo rispetto. Cime tempestose è uno di quei romanzi che si leggono da giovani e ti restano addosso come vento freddo sulle colline. Un libro ruvido, feroce, pieno di classe sociale, vendetta, orgoglio, traumi tramandati come proprietà terriere. Sono uscita con la sensazione di aver visto una versione storica di Cinquanta sfumature di grigio ambientata nello Yorkshire. Per carità: fotografia bellissima. Sguardi intensi. Respiri affannati. Pioggia strategica. Ma del romanzo di Emily Brontë cosa resta?

Dov’è finita la questione di classe? Heathcliff non è solo un amante tormentato: è un escluso sociale, un ragazzo degradato, umiliato, cresciuto nell’ingiustizia. Nel film sembra soprattutto un uomo molto arrabbiato e molto desiderabile. E Catherine? Nel libro sceglie Edgar per status,
sicurezza, struttura sociale. È una scelta tragica, radicata nel contesto storico. Qui sembra più una dinamica da “non posso stare con te ma non posso fare a meno di te”, con colonna sonora emotiva incorporata. E soprattutto: il film si ferma con la morte di lei. Sipario. Peccato che nel romanzo la storia continui. Che esista una seconda generazione. Che ci sia un tentativo di riparazione. Che la vendetta abbia un epilogo trasformativo. Ma niente: via quella parte. Troppo complessa.

Troppo poco sexy. Resta la passione. Amplificata. Fisica. Sottolineata. Ripetuta. Il problema non è l’erotismo. È la riduzione. Un romanzo politico, antropologico e psicologico trasformato in dramma passionale ad alto tasso di sguardi incandescenti. Sono andata a vedere una tragedia gotica sull’ingiustizia sociale e la trasmissione del trauma. Ho trovato un’estetica curata e molta tensione ormonale. Le brughiere c’erano. La profondità un po’ meno…

21/02/2026 – Cecilia La Rosa

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